12 anni schiavo: l’analisi prima dell’emozione

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12-years-a-slaveMiglior film agli Oscar, ai Golden Globe e ai Bafta 2014. Il mondo dei premi “che contano” è unanime nell’incoronare 12 anni schiavo come il film più importante dell’anno. Certamente è stato uno dei più contesi dalle grandi kermesse (il Festival di Toronto l’ha soffiato alla Mostra del Cinema di Venezia). Senza dubbio un grande film, non so se il migliore dell’anno, certamente non il migliore di Steve McQueen. Così come non lo reputo né un capolavoro né un film che avrà imperitura memoria.
Un’opera solida, granitica, stratificata. Con delle maglie così serrate da risultare straordinariamente dense a livello dell’analisi contenutistica storica e sociale della schiavitù, un po’ sfilacciate nel vero coinvolgimento emotivo dello spettatore.

Di fronte anche ad un produzione che vede in prima fila Brad Pitt, Steve McQueen ha ridimensionato la sua indole di “cineasta eversivo”, di chi con Hunger colpiva alle spalle e al cuore. La personalità registica presente nel film d’esordio è qui scomparsa. Una scelta di campo compiuta per arrivare ad un pubblico più ampio, diffuso, più proteso verso il “commerciale”, col fine di portare a più persone possibile una storia così incredibile da essere vera. McQueen punta alla verità dell’immagine, non aggiunge orrore a quello congenito nella schiavitù. Si limita a mostrare il contrasto tra la natura in cui agiscono schiavi e padroni e l’inumana gravità delle azioni che accadono in quegli sterminati campi di cotone. L’analisi del rapporto schiavo-padrone non è mai stata così lucida, limpida, diretta, così come la creazione di quella dimensione kafkiana nella quale s’infanga la libertà di un uomo libero, imprigionato in uno status sociale e mentale in cui il riscatto passa in secondo piano rispetto alla sopravvivenza.
Bravissimo l’attore protagonista Chiwetel Ejiofor, ma Michael Fassbender è gigantesco, così grande da rubargli letteralmente la scena. La prova del pupillo di McQueen stacca così tanto sull’altra da squilibrare quasi il baricentro della storia e la nostra attenzione da Solomon Northup al padrone Edwin Epps.

Insomma, 12 anni schiavo non dilania e non riempie gli occhi come ci s’aspetta. E’ come se McQueen avesse deciso di fare un passo indietro per lasciar parlare le immagini come un documento su cui riflettere. Su questo piano, anche la colonna sonora di Hans Zimmer è fiacca, non incide né epicizza la storia. L’analisi si fa così precisa da risultare un attimino prolissa, così “cerebrale” da colpire più il lato morale dello spettatore che quello emotivo. I titoli di coda hanno dello sconvolgente, ma proviamo più un’indignazione “civile” che non uno sdegno empatico per quanto successo a Solomon come a molti altri.

7 commenti

  • Concordo in pieno, ma ARGH! … un ATTIMINO prolissa??

  • Non condivido del tutto il giudizio sul film, ma naturalmente lo trovo senz’altro interessante. Personalmente anch’io ho trovato il film un po’ minore rispetto agli altri due, più adattato all’oscar (e la scena in cui Pitt si erge a paladino dei diritti degli schiavi, ha molto del retorico in quel senso), ma pesno che gli vada riconosciuto di essere riuscito a fare un film non retorico su un tema che in questo senso rischiava molto. Si, forse è meno personale rispetto algi altri due film. Pero’ il film ha credo un tocco artistico ancora molto forte e personale del regista: penso per esempio alla ripresa di lui appeso al ramo. Credo dipenda anche dall’aspettative con cui una persona va a vedere un film. avendo visti i trailer, io mi aspettavo una concessione molto maggiore al commerciale e quindi mi ha colpito positivamente, e il film, se non mi ha dilaniato come i precedenti, sicuramente mi ha alquanto impressionato e anche emozionato.

    • Sono d’accordo quando dici che McQueen è riuscito nel realizzare, per fortuna, un film non retorico. Come dico anche nel pezzo, la scelta di lasciar parlare le immagini e fare a meno di una roboante colonna sonora favorisce molto questo scopo. Grazie a Dio non punta sul melodrammatico, come dimostra anche la sequenza finale d’incontro con la famiglia, una scena presentata con grande asciuttezza.
      A livello registico, la ripresa di Solomon impiccato al ramo è uno dei pochi “richiami” allo stile presente in “Hunger”, nel quale, solo per fare un esempio, il dialogo tra Fassbender e il prete durata credo più di dieci minuti a macchina fissa e in pianosequenza.

      • Giusta citare anche la scena finale. aggiungerei anche che per i standard di hollywood e gli Oscar, quello a miglior film ci stava tutto per Mc Queen, che li avrebbe meritati anche di più per i precedenti (a proposito annosa questio: meglio Hunger o Shame?): mi chiedo se era meritato l’oscar alla schava (scusa non mi ricordo il nome)… io un Oscarino lo darei anche a Fassbender…

        • Punto uno sull’annosa questione: molto meglio Hunger, non c’è dubbio…
          Punto due: l’Oscar a “la schiava” ci sta tutto, io ci speravo e sono contento abbia vinto quella statuetta. Su Fassbender sono d’accordo con te: è gigantesco e meritava l’Oscar a mani basse…

          • Rispondo solo al punto uno: non mi ricordo se ne avevamo parlato all’epoca, ma devo dirti che invece ne ho parecchi dubbi, e forse preferisco quasi Shame, anche se per me è difficile sono due film di argomento troppo diverso. Penso che Hunger sia un capolavoro, ma penso che il tema sia scelto possa aiutare in questo sneso, visto l’argomento politico. Anche Shame è un capolavoro, ma forse il tema è più difficile, più generale, più contemporaneo, ed è trattato con maestria da MCqueen. E personalmente mi ha colpito forse ancora di più Shame. Ma sono due capolavori entrambi, eh!

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