A casa tutti bene: confusa e infelice, la famiglia di Muccino cotta a puntino

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a casa tutti bene recensione filmLa famiglia è sempre la famiglia. Su questo pilastro si erge A casa tutti bene di Gabriele Muccino, che dopo la parentesi americana (La ricerca della felicità, Sette anime, Quello che so sull’amore e Padri e figlie), torna al cinema che lo ha reso celebre in patria, quello familiare, isterico, iper-reale di Come te nessuno mai, L’ultimo bacio e Ricordati di me.

La famiglia struttura gran parte del cinema italiano, è una base, un cordone ombelicale che non riusciamo né riusciremo mai a tagliare, nel cinema come nella vita. Nel cinema italiano si pensi ai tanti film di Ettore Scola (su tutti proprio La famiglia del 1987), a quelli di Mario Monicelli (ad esempio Speriamo che sia femmina del 1986 e Parenti serpenti del 1992), ma anche ai film di Cristina Comencini (si pensi al farsesco Liberate i pesci! del 2000 ma soprattutto al triste e meraviglioso Il più bel giorno della mia vita del 2002). La famiglia, poi, è diventata un must della fiction italiana, soprattutto di produzione Rai, degli ultimi anni: Una grande famiglia, E’ arrivata la felicità, Romanzo famigliare, Come fai sbagli, Tutto può succedere. Insomma, la famiglia è il cinema italiano, sul piccolo come sul grande schermo, sin dai tempi del Carosello e dei memorabili spot Barilla.

Gabriele Muccino lo sa bene, è cosciente dell’inflazione subita soprattutto in tv dal topic, ma sa pure che lui è out of topic, sin dagli esordi, che come mette in scena lui la famiglia nessuno mai. La cifra stilistica è riconoscibilissima: di quelle che o si amano o si odiano, o bene bene o male male. Ecco, io lo confesso: mi schiero tra i suoi fan, sin dai primissimi film. Boccio quasi in toto la parentesi americana (perché in La ricerca della felicità c’era più di qualcosa di buono da salvare), ma salvo la produzione italiana. A casa tutti bene è un ritorno in pompa magna, in grande stile, dove riunisce alla sua corte i più noti attori italiani, dai fedelissimi Accorsi e Favino alle new entry Michelini e Morelli, per elaborare la sua massima (definitiva?) sulla famiglia, croce e delizia, fardello e sollievo, rifugio e carcere, comunque sia entità sovrana dalla quale, volente o nolente, è impossibile scappare e salvarsi. Una famiglia moderna, ampia, allargata, all’apparenza omogeneamente felice, ma sotto al cappello omogeneamente infelice.

Urla e grida, sfuriate a raffica una dietro l’altra che scattano per un nonnulla, corse a perdifiato, marce forzate sotto la pioggia battente, fino alla più classica discussione alla porta del bagno (Ricordati di me docet) e alla più adorabilmente trash ma vera più del vero lite tra donne che si tirano i capelli come neppure nei primi film di Almodovar. A casa tutti bene mette in scena, per eccesso, gli eccessi di casa nostra, delle nostre vite, mette in piazza i panni sporchi che dovremmo lavare nascosti in privée. La vita reale non è così, ma il cinema ha il potere di renderla tale. Muccino ha la capacità di tirare fuori e gettare sullo schermo quegli eccessi di cui ci vergogniamo, ma che ci sono, che abbiamo in ciascuno di noi. Strappa il cuore delle insoddisfazioni e lo butta sul tavolo, preda dei cannibali. E lo fa anche tramite battute così banali da risultare reali, anzi comiche, facendoci ridere (tra l’isteria e il godimento) della verità dei sentimenti, che se rappresentati puri, come in questo film, possono risultare tanto spaventosi quanto esilaranti.

A casa tutti bene è registicamente anche il film più maturo di Muccino a livello di mise-en-scène. Un film corale, con tanti attori contemporaneamente in scena, con la macchina da presa spesso in piano sequenza, una steadicam che segue prima un personaggio, poi lo abbandona e passa a seguirne un altro e così via. La teatralità è cifra fondante di A casa tutti bene che, pur non aggiungendo né inventando nulla di nuovo di quanto già visto, detto e scritto sulle dinamiche familiari costrette ad un tempo in un ambiente ristretto e ostile, sa come arrivare al popolo ed essere popolare, specchio di una società che a volte vuole vedere sul grande schermo anche quel (in)conscio che vorremmo tenere sottochiave. “Povero diavolo, che pena mi fa!” canta Tognazzi al pianoforte stonando una celebre canzone di Cocciante. E forse è proprio questo lo sguardo da (s)posare sul film, ma non di Muccino che nutre amore e compassione per i suoi personaggi, ma di un occhio dall’alto (come un po’ danno a credere alcune riprese realizzate con potenti mezzi tecnici), di un Dio che ci guarda come poveri diavoli che s’affaticano e s’accapigliano suscitando il suo riso, che, a sua immagine e somiglianza, è anche un po’ il nostro. Che beffa, la vita…

6 commenti

  • Che nelle famiglie, specie se numerose, si arrivi ad odiarsi lo sanno tutti.
    Qui si sfiora la tragedia… ma non muore nessuno. Neanche Sandra Milo, che non sapeva recitare da giovane e continua così.
    Forse il messaggio è che BEVENDO POCO VINO (eppure a Ischia ci sono vigneti da favola) SI RIESCE A CONTENERE L’IRA IN LIMITI ACCETTABILI
    se è così, è un film educativo

    • Lo so che volevi il morto e speravi nella “cagna” Crescentini, ammettilo! 😉
      Sandra Milo è un fumetto, personalmente mitica! E’ la Sandrelli che inizio a sopportare molto meno…

  • ebbene sì, lo confesso! speravo che la cagna finisse in mare!
    magari nella prossima muccinata…

  • Ottimo, bel lavoro fratello!
    Buono lo stile, fresco il linguaggio, fai passare bene le tue emozioni!
    Mi hai fatto venir voglia di vederlo e romperò gli indugi (tempo permettendo).
    Complimenti, bella recensione 🙂

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