Alaska di Claudio Cupellini: la recensione

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Alaska di Claudio Cupellini è un melò urbano e modernissimo, con un passo più francese che italiano. E questo forse basterebbe per apprezzare il tentativo (riuscito) di fare un film fuori dagli schemi nostrani.

alaska-di-claudio-cupelliniAlaska di Claudio Cupellini è un melò in pieno stile, una storia d’amore tirata e disperata sospesa tra Parigi, Milano e l’Alaska, anche se quest’ultima è solo il nome di un locale frequentatissimo. Dietro un titolo che suscita sogni, magia e desolazione, il film del regista di Una vita tranquilla è un’opera che si tinge da favola nera e moderna, non priva dell’inevitabile lieto fine romantico.

Una love story improvvisa e improvvisata, un colpo di fulmine tra due personaggi insoddisfatti e inquieti: Fausto fa il cameriere in un hotel di lusso, Nadine è giovane e bella e si presta svogliatamente a provini nel mondo della moda. Un giorno s’incontrano sul tetto dell’hotel, il tempo di una sigaretta, di una bravata che finisce male e per loro ha inizio l’inferno di un amore che neppure la galera e gli ospedali riusciranno a infrangere. La vita li mette alla prova, passando dalla più piena libertà alle fredde manette, dall’opulenza alla miseria. Alaska di Claudio Cupellini si muove da un estremo all’altro, con radicalità, senza vergognarsene. È un film che sa di non incontrare il plauso del pubblico tout court, così come di non possedere una fisionomia italiana, quanto piuttosto francese. Cupellini rilancia più e più volte la storia con nuovi colpi di scena e nuove tragedie, come a voler dar seguito e una nuova possibilità all’amore di Fausto e Nadine.

Alaska di Claudio Cupellini ha i capovolgimenti improvvisi di un feuilleton ottocentesco, ma in un contesto urbano, metropolitano, nell’oggi più urlato. È un film che mette in scena tutto il suo essere cinema che romanza la realtà, tirando per i capelli fatti e misfatti come solo il cinema (francese) sa fare.

Con una confezione da noir e una storia d’amore che puzza di thriller, un film che ci tiene incollati allo schermo, che sa dove si rilassa ma anche come riprendersi, come nel finale che ci fa (ri)prendere fiato prima di uscire di sala. Alaska di Claudio Cupellini è un film di grande impatto sia sugli occhi che sulle orecchie dello spettatore: meravigliosa la tagliente fotografia di Gergely Pohárnok e aggressiva la gracchiante colonna sonora, che non esita a suscitarci fastidio come gli altalenanti neon dell’insegna di un locale pop.

Ovviamente è fondamentale l’apporto di tutti gli interpreti: Elio Germano conferma ancora una volta di essere un attore di bravura impareggiabile; al suo fianco genuina e mai ridondante Astrid Berges-Frisbey e un Valerio Binasco che convince e si concede un silenzioso monologo armato che impressiona.

Insomma, Alaska di Claudio Cupellini è un film fuori dal coro, e ben vengano di film come questo a smuovere le acque del cinema italiano. Un amour fou a perdifiato, tra baci ansimati e nasi sanguinanti, porte sbattute e vetri rotti. Un storia d’amore che regge al passare del tempo, di quegli amori che andrebbero fino in capo al mondo, forse fino in Alaska, appunto.

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