Anomalisa di Charlie Kaufman e Duke Johnson: la recensione

Leggi e vota il post 1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (voti 1, punteggio: 5,00 su 5)
Loading...

Quando un fertile sceneggiatore come Charlie Kaufman, coadiuvato alla regia da Duke Johnson, finalmente libero da problemi di budget, decide di dedicarsi per due anni alla realizzazione di un cartone animato, ci si aspetta che si scateni un incendio che illumini lo schermo. In effetti è così. Ma, sorprendentemente, il risultato è controllato, semplice, in fondo classico. Anomalisa è un’“anomalia” narrativa che risulta incantevole come meravigliosi fuochi d’artificio.

AnomalisaIl racconto di Anomalisa si basa sul tema a lui più familiare: la ricerca di se stessi. Ecco dunque Michael Stone (voce di David Thewlis), un motivatore occupazionale che, nel tempo di una notte all’Hotel Fregoli di Cincinnati, ci mostra tutte le frustrazioni che lo consumano e i suoi goffi tentativi per soddisfarle.

Isolamento, incomprensione ed emarginazione emotiva sono le croci che lo tormentano e con cui convive. Queste lo portano, anzi ci portano, a vivere una vita di tranquilla disperazione, rischiarata occasionalmente da piccole scintille di felicità, per poi ripiombare nell’alienante routine. Ma è proprio la normalità il grande vigore di Anomalisa.

Kaufman, Gran Premio della Giuria a Venezia 72, non si pone sulla cima della montagna. Intende e simpatizza col suo protagonista, consapevole che tutti noi siamo pupazzetti animati in stop-motion, mossi dai medesimi fili, fino a quando un evento inaspettato, un’anomalia che qui si chiama Lisa (voce di Jennifer Jason Leight), Anomalisa appunto, non sembra tagliarli, illudendolo di aver ritrovato in essa se stesso. Per questo tutti  appaiono con le stesse facce e le stesse voci maschili (Tom Noonan), omologati nelle paure e nelle fragilità,come se Stone fosse affetto proprio da quella sindrome di Fregoli che impedisce a chi ne soffre di riconoscere chiunque abbia davanti. Tutti tranne lei.

Attenzione però, Anomalisa è l’antitesi del romanticismo. La chiave, infatti, è l’ironia, che amplifica la disillusa realtà e l’imbarazzo di fittizi rapporti umani. In quest’ambito i pupazzi dello stop-motion risultano talmente “reali” da essere sinistri per la loro validità. Le situazioni assurde, le facce robotiche che si incantano o si “perdono”, sono simboli per una spietata critica alla società. Ma “forse l’unica vera lezione da imparare è che non ci sono lezioni”. E la ruota per criceti ricomincia a girare.

scritto da Vanessa Forte.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *