Argo: quando la magia del cinema abbindolò l’inviolabile Teheran

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argoLo schema del finto che si fa realtà agli occhi dell’opinione pubblica lo avevamo già visto in Sesso e potere (Wag the dog) di Barry Levinson. Ma se questo raccontava di una guerra contro l’Albania inventata per distogliere l’attenzione da uno scandalo sessuale con protagonista il presidente Usa a pochi giorni dalle elezioni, Argo racconta di un’epica e sofferta fuga di sei ostaggi americani dal rivoltoso Iran all’alba del 1980. Se il primo era tratto da un’opera di fantasia, il romanzo American Hero di Larry Beinhart, il secondo s’ispira ad una vicenda vera, che ha fatto la storia dei rapporti diplomatici internazionali, dando risalto sulla pagine della stampa ad una paese neutro e dimenticato come Canada.

Dopo Gone Baby Gone e The Town, Ben Affleck regista fa nuovamente centro con Argo. Dopo un buon film di genere che si svincola dal genere stesso e un action movie come Dio comanda, Argo è un’opera matura, solida, granitica, di cuore e nervi saldi. Una di quelle pellicole che, forse facendo un passettino più lungo della gamba, ci fa affermare quanto Ben Affleck dietro la macchina da presa sia un “autore” sfaccettato e versatile.

Argo diverte, angoscia, commuove. Mischia input diversi, come immagini di repertorio con pazzesche ricostruzioni di piazza, sentimento dal gusto eroico tipicamente americano con pillole immancabili nel più classico thriller dove tifiamo per il buono di turno (vedi la scena del sospirato “doppio” check in all’aeroporto).

Un’opera meta-cinematografica che ironizza e si burla del cinema hollywoodiano, ovvero quel mega-mini-mondo dove, come dice un sempre ottimo e sempre in carne John Goodman, chiunque pur non essendo nessuno non avrà difficoltà a sentirsi qualcuno. Ma soprattutto un’opera sulla magia del cinema che si fa potere e alibi politico, capace di aggirare e sfuggire a patti e trattati, che incanta l’oriente come l’occidente, il nord come il sud del mondo. L’eterno incontro/scontro tra reality e fancy si sbroglia in una realtà che è fantasia, e viceversa. Binomio inscindibile, intrinseco, come scatole cinesi che si scambiano continuamente di posto.

Straordinaria la fotografia, sempre precisa e calorosa nel passare da luoghi esotici a urbani, da interni fittamente arredati ad esterni a perdita d’occhio. La colonna sonora di Alexandre Desplat (Reality, The Tree of Life, Ruggine e ossa) supporta con placida convinzione tutta la pellicola per poi aprirsi, sulla via di un ritorno insperato, alla lacrimuccia e al trionfo della libertà appena oltre il confine iraniano.

La prova del cast è una lode collettiva. Spiccano, oltre al già citato Goodman, un Alan Arkin spassoso e un adrenalinico Bryan Cranston. Ma tutti e 6 fuggitivi sono veri, palpitanti, fisicamente realistici (vedere per credere gli imperdibili titoli di coda!). E poi c’è Ben Affleck, che, una volta tanto, sa dare malinconico e teso sentimento alla sua faccia di bronzo, questa volta nascosta dietro una folta barba da raffinato negoziatore. E ottimo regista.

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