Bar Sport, pro e contro di una commedia anti-conformista

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bar-sportTrasformare in film lo storico libro di Stefano Benni era un’impresa quasi impossibile. D’altronde, a pensarci bene, se nessuno in 35 anni (era il 1976 quando uscì) ci aveva mai provato, un motivo ci sarà. Questo perché è un’opera nata e destinata a rimanere nero su bianco, vivendo di quelle potenzialità che solo la scrittura possiede. Massimo Martelli ha intrapreso con coraggio e onore una strada difficile. E questo già vale un segno di riconoscimento al film, che però, va ammesso, alterna luci e ombre, e non è prettamente compiuto. Allo stesso tempo non è da liquidare con giudizi superficiali o frettolosi. L’impresa, solo in parte riuscita, merita un’analisi più profonda, poiché complesso è l’oggetto del discorso. E’ così che notiamo che molti fattori/scelte sono un’arma a doppio taglio. Cerchiamo quindi di scorgere entrambi i lati della medaglia.

Cominciamo dicendo che chi s’aspetta un film esilarante rimarrà platealmente deluso. Le risate, quelle grasse e sguaiate, sono poche, forse si contano sulle dita di una mano. Delusione più che giustificata considerando che, sin dal trailer, l’opera ci viene presentata come spassosa. Non è così. Ma questo non perché non ci sia stata attenzione “comica” nella fase di creazione della sceneggiatura, ma perché lo scopo del film non è questo. Non si ricorre a mezzucci, volgarate, battutine di basso rango, insomma non si gioca sporco pur di far ridere a tutti i costi. Ok, qualche risata in più non sarebbe certo guastata, ma il fine primario di Bar Sport è dipingere una fauna umana di provincia senza marcare i toni. L’occhio rimane materno, nostalgico, sulla terra. C’è un costante e forte verismo, atto a definire quella dimensione di paese, anzi da bar di paese, dove tutto rimane come fermo, anchilosato, quasi incartapecorito, come coperto di brina. Tutti aggettivi da intendere nella loro accezione positiva, perché va in scena il mondo dei ricordi, della nostalgia che scioglie i cuori e avvolge ogni cosa. Sul nostro volto rimane fisso quel sorrisetto di chi, anche affascinato dai golfini vintage, gradisce.

Insomma, non è Brizzi, né Veronesi, né Virzì, né ancor meno (Dio ce ne scampi!) Vanzina. Martelli è un’occhio sulla commedia nuovo, diverso, e forse proprio per questo può non piacere. La fedeltà alle pagine di Benni è pressochè assoluta. Anzi, nei dialoghi tra i personaggi, nei tempi (lenti) delle battute, nelle pause, c’è una certa letterarietà. Che non è un errore (sarebbe troppo evidente e imperdonabile non accorgersene in itinere, una volta stabilito target e fini). Anche qui c’è il sapore di una scelta. Ponderata e rischiosa. Noiosa? Forse sì, talvolta sì. Ma è parte del pacchetto. Tutto ciò ricorderà ai cinefili lo stile di Notizie degli scavi di Emidio Greco.

Da giudicare come assolutamente positivo l’inserimento delle animazioni. Davvero l’unico modo possibile per rendere sul grande schermo l’iberbolicità di alcuni personaggi di Benni (come il mitico scontro tra il grande Pozzi e il germano Girardoux). Stile d’animazione che ricorda da vicino Appuntamento a Belleville di Sylvain Chomet. Divertono, allietano, sono la vera trovata del film e una sana novità nel panorama italiano, che mai vi era ricorso. Una sorta di breccia nel genere commedia e non solo.

In merito agli attori, ogni performance si mantiene quotidiana, ordinaria, approssimata sempre per difetto e mai per eccesso verso una chiave naturalistica, umana, umanissima, paesana. Emerge inoltre come tutti siano co-protagonisti, nessuno domina sugli altri. Ognuno contribuisce in egual misura, compresa la Luisona, verso una marcata coralità. Nonostante si sia cercato di tracciare un filo rosso che lega le varie (dis)avventure, resta dominante e palese la struttura ad episodi del libro.

Risultano particolarmente riusciti, grazie alla bravura degli interpreti, i personaggi di Bovinelli (Antonio Cornacchione) e del cinico Muzzi (Antonio Catania). Stralunato, caotico, chiassoso il primo, spietato, tagliente, caustico il secondo. Onassis e il Tennico calzano a pennello su Battiston e Bisio (che poteva anche essere un pochino più istrionico!), ma storco il naso perché sono saturo di vederli in tutte le salse e adattati ad ogni ruolo. Un po’ di turn over nel cinema nostrano non farebbe certo male. Nella compagine femminile, sono gradevoli (ma alla lunga stuccano e allappano) le due nonnette (Lunetta Savino e Angela Finocchiaro), unico caso di caratteri caricati e caricaturali; è apprezzabile, seppur contenuta e a tratti impacciata, la prova di Aura Rolenzetti (uscita dall’Isola dei Famosi).

Concludendo, Bar Sport non è un film facilissimo da digerire (come non lo è la Luisona!) se letto alla luce della più classica commedi(ol)a italiana di oggi, ovvero quella facilotta e caciarona. Osservato con fare più attento, è un film gradevole, godibile, da vedere senza grosse pretese. Piacerà a chi sa farsi sorprendere dalle piccole cose, dai dettagli, da quel senso d’impalpabile nostalgia dei tempi della piccola Katy. Una commedia (non) per tutti, senza dubbio degna di grande rispetto.

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