Black Block, il G8 del terrore

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black-blockNon solo un pugno alla bocca dello stomaco, ma un calcio dritto nelle costole. Questo è Black block di Carlo A. Bachschmidt, vincitore della Menzione speciale nella sezione Controcampo Italiano di Venezia 68. A dieci anni di distanza dai tragici fatti del G8 di Genova, tramite i racconti di 7 giovani testimoni tornano a materializzarsi di fronte ai nostri occhi le violenze del blitz alla scuola Diaz e le torture alla Caserma di Bolzaneto.

Lena e Niels di Amburgo, Chabi di Zaragoza, Mina di Parigi, Dan di Londra, Michael di Nizza e Muli di Berlino si raccontano entro luoghi spogli, aridi, semi-fatiscenti, vuoti, che si riempiono solo e soltanto delle loro parole. E queste sono il solo vero mezzo che crea suspense e angoscia. Pensieri e parole, traumi e ricordi. Il documentario vive di questo, e si abbevera delle immagini di repertorio solo come appoggio ad una narrazione che scorre fluida, tutta d’un fiato. Che inchioda, scuote e ci colma di interrogativi di indignazione.

Bachschmidt sceglie di prendere in considerazione il punto di vista di chi ha ricevuto sevizie e manganellate sulla propria pelle, sulle proprie ossa. E tratta questa “versione dei fatti” con cura, come un oggetto prezioso con l’etichetta “fragile”, con un rispetto tangibile, come dimostra l’allontanamento della mdp dal prim(issim)o piano al campo lungo quando Niels si commuove e singhiozza nel ricordo del fratello che dalla Germania viaggiò tutta la notte per recarsi a Genova in suo aiuto. Una versione dei fatti che ci consegna un’immagine torbida e nera degli agenti di polizia, descritti come robocop in preda ad una follia omicida e sanguinolenta, e, ancor peggio, come cinghiali drogati e cani rabbiosi.

Da segnalare le musiche, generatrici di pathos e bostik del montaggio, di Francesco Cerasi, già dimostratosi musicista raffinato e piacevole nelle colonne sonore dei film di Eugenio Cappuccio e di serie televisive come I liceali.

Si giunge ai titoli di coda con uno strano senso di shock in pancia, con l’impotenza di poter commentare quanto visto e quanto successo, con un magone in gola come un blocco nero che non scende. E risulta calzante la frase finale delle struggente canzone Piazza Alimonda di Francesco Guccini (sulla morte di Carlo Giuliani): “Resta, amara e indelebile, la traccia aperta di una ferita”.

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