The Housemaid e The Taste of Money. L’amorale Korea di Im Sang-Soo

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Im-Sang-SooUna ricca famiglia altoborghese, una domestica fonte del peccato, un marito fedifrago, il disfacimento etico e umano dell’intero gruppo. Questi gli elementi che uniscono The Housemaid (2009) e The Taste of Money (2012) di Im Sang-Soo (presentati in coppia al Florence Korea Film Fest 2013), dittico destinato a diventare trilogia sulla mancanza di morale e moralità tra gli squali della finanza e gli uomini d’affari dell’high society coreana divorata dai vizi/mali del denaro e del sesso. Seppur frutto della stessa mente creatrice, una delle più fervide della Nouvelle Vague made in Korea, e accomunate dallo stesso tema e simile intreccio di fondo, le due opere si discostano l’una dall’altra per tono e sguardo usati da un regista capace di praticare con versatilità e disinvoltura più linguaggi cinematografici. Tramite il file rouge della vendetta, passiamo dal realistico al noir, dal farsesco al grottesco.

Ma indaghiamo come, procedendo per ordine cronologico.

Nel caso di The Housemaid (2009) andiamo oltre il remake del film datato 1960 diretto da Kim Ki-young. Infatti, siamo di fronte ad una vera e propria rilettura del caposaldo del cinema coreano. Se nella versione originale la giovane e gentile Euny era predatrice, nella versione di Im Sang-soo diventa preda timida e indifesa che non può far altro che assecondare i desideri sessuali del padrone. Ma il riscatto è sul ballatoio e Euny lo afferrerà finendo per conformarsi alla mostruosità imperante nella villa che le ha dato alloggio, lavoro, condanna. Un animo lindo e puro macchiato dal lerciume morale di chi risolve i problemi col nocivo disinfettante della vendetta.

The Housemaid, calato in un ambiente marmoreo e regale dominato dall’opposizione di bianchi e neri, è un kammerspiel torbido che, seppur trainato dalla magnifica interpretazione di Jeon Do-yeon, coinvolge pian piano, senza riuscirci realmente. L’opera, infatti, rimane ancorata a quella stessa noia vaga(nte) e asettica che contraddistingue la quotidianità dentro la villa. Pur con una sottile e manifesta aura di terrore strisciante su e giù dalle scale, snodo centrale della casa e della vicenda, resta di base un certo realismo, rotto solamente da un finale di pazzia con guy fawkes umano e femminile impiccato al lampadario e un piano-sequenza con salottino all’aria aperta che allunga il collo sul grottesco. Ed ecco qua, nel grottesco, il preludio e ponte al secondo tassello della trilogia.

Libero da scivolosi ossequi col passato, The Taste of Money porta in scena una rete di relazioni più intricata, conducendoci di fronte ad una vera e propria tragedia greca contemporanea. Sotto lo stesso tetto si muovono un vecchio e ricco presidente di una multinazionale che tradisce l’anziana moglie con la procace domestica filippina. La ricca ereditiera sfoga la propria frustrazione sessuale sul giovane scagnozzo Young-jak, il quale, però, ha un debole per la domestica e non degna di uno sguardo la giovane e svampita figlia di famiglia di lui invaghita. La polveriera è servita ed esploderà nella più tremenda vendetta una volta scoperta la sex story tra il presidente e la bella filippina. Insomma, aria chiusa e pesante per un’opulenta famiglia di Seul.

In un habitat ancor più asfittico e alienato di quello visto in The Housemaid, con arredi specchiati e patinati da Ikea d’alto borgo e una percezione del tempo sempre più ovattata e siliconata, si muovono personaggi di ceramica, impotenti ma predisposti alla vendetta. Una galleria di “tipi” semoventi in un microcosmo kitsch che, a lungo andare, sconfina nel fetish, nel disgustoso. Una dolce vita che è libidine da soddisfare in un perverso “gioco” di mors tua vita mea, di bamboline manovrate dal virtuoso e virtuosista burattinaio Im Sang-soo, che estremizza il dramma fino a mutarlo in tragicomica risata, come quella non più contenibile da Young-jak nel lasciare l’anziana donna a “confessare il proprio peccato” alla figlia, ora sua fidanzata. Insomma, un procedere per aggiunta ed eccesso nel quale la bizzarria più profonda e cosciente trova degno esito in un finale dove, col beneficio del dubbio, i morti sembrano, o potrebbero, non essere tali.

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