Decamerone: Stefano Accorsi e un Boccaccio da teatro ragazzi.

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Dalle rime dell’Ariosto alle novellette del Boccaccio. Il duo Marco Baliani-Stefano Accorsi continua sul binario della riproposizione e reinvenzione della lingua italiana. E se non fosse per questa buona idea il loro Decamerone sarebbe roba da teatro ragazzi, forse per le scuole medie.

accorsi-decameroneUn leggio in apertura d’atto (unico, grazie a Dio!), un furgoncino da food truck per il peregrinare della compagnia di palco in palco a giro per l’Italia, travestimenti da teatro di piazza dove con un lenzuolo si è prima prete poi suora poi Arcangelo Gabriele. Sullo sfondo dei telari di vaga memoria pasoliniana, così come le palme sul tettuccio del veicolo incagliato on stage e qualche lontana musica arabeggiante.

Di fronte a questa scarna scenografia in Decamerone Accorsi e Co. mettono in scena un selezione di sette delle cento novelle di messer Boccaccio con il debole pretesto di sottolinearne la portata attuale, di una nuova “pestilonza” che ha invaso la nostra società in preda a corruzione e immoralità. Una dichiarazione d’intenti espressa in apertura e dimenticata nel giro di una manciata di minuti. Lo spettacolo di Baliani smarrisce quindi in partenza la sua potenziale vena pungente, riducendosi ad essere un facile e facilotto momento teatrale per tutti, grandi e piccini, strappando risate superficiali che non vanno oltre la pancia.

Ad interpretare decine di personaggi nati dalla penna del celebre novelliere di Certaldo, sei attori (tre uomini e tre donne), capeggiati dal capocomico Stefano Accorsi, che spicca in bravura sui colleghi per più di una spanna. Se non fosse per lui, che strappa applausi e riempie il teatro, Decamerone sarebbe uno spettacolo da vedere a tempo perso, senza alcuna aspettativa, che tra un mezzo sbadiglio e una mezza risata lascia il tempo per farsi dimenticare in fretta.

“Dopo Ariosto e Boccaccio, il prossimo anno lavoreremo su Machiavelli” ha detto Accorsi. Se sto bene, non lo vedo.

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