Due giorni, una notte: il diritto al lavoro secondo i Dardenne

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Presentato in occasione della prima edizione di “Cannes a Firenze”, Due giorni, una notte riporta i fratelli Dardenne ad un tema caro al loro cinema sociale sin dagli esordi (La promesse): il dramma del lavoro.

due-giorni-una-notteQuesta volta si parla di licenziamenti e bonus in busta paga tra desiderio, necessità e diritto al lavoro. A differenza di altri precedenti, nonostante tutto questo è un film di speranza e di coraggio, pur anticipato da una lunga disperazione e messa in discussione di ogni risoluzione ragionevole. Ancora una volta i Dardenne scelgono un tema attuale, attualissimo, per un film che oggi, alla luce della crisi economica mai passata, inonda come uno tsunami. I loro film hanno sempre fatto un po’ male allo spettatore, ma questa volta il colpo arriva ancora più sordo.

Sandra (Marion Cotillard) è appena uscita da una depressione che l’ha tenuta lontana dal suo posto di lavoro in una piccola azienda che produce pannelli solari. Ma i suoi colleghi sono stati posti di fronte ad un bivio: accettare un bonus economico di mille euro o mantenere in squadra Sandra. Lo spettro del licenziamento la spaventa a morte, però suo marito Manu (Fabrizio Rongione) la convince a contattare e far visita ai suoi colleghi per convincerli a rinunciare al bonus promesso. Ma il tempo è tiranno: ha solo due giorni e una notte per riuscirci…

Due giorni, una notte scava nella psicologia del lavoro e dei lavoratori, di chi gestisce un’azienda, di chi il posto ce l’ha a tempo (in)determinato, di chi il posto praticamente non ce l’ha più. Emerge un quadro fitto di coscienze tormentate e contrastanti, di un’umanità variegata dominata dai più sfaccettati sentimenti. La macchina da presa (in)segue Sandra nella sua via crucis, la pedina, ma con fare empatico, scarno e affettuoso, di chi non giudica ma osserva, e spera che, come afferma più volte il fiducioso a oltranza Manu, “andrà tutto bene”. Il lavoro diventa così una sorta di guerra-tutti-contro-tutti, dove la scelta è se guardare il proprio ombelico o il futuro altrui. Ogni incontro è uno scontro di uomini e donne, di dignità e di vite accomunate dal lavoro. Ogni incontro è un piano-sequenza da cui fuoriesce la complessità dell’animo umano di fronte ad una scelta dove mors tua vita mea.

Dopo la forte performance in Un sapore di ruggine e ossa di Jacques Audiard, Marion Cotillard conferma la sua smisurata bravura con quella che probabilmente è la migliore prova della sua carriera fino ad oggi. Dà gambe, fiato, lacrime e sfuggenti sorrisi ad un personaggio difficile, che solo un film dei Dardenne poteva forgiare. Senza trucco e senza risparmio è la Ingrid Bergman francese, che piange, si strugge, praticamente muore di fronte alla macchina da presa. Bravissimo al suo fianco Fabrizio Rongione, attore italo-belga pupillo dei Dardenne, che si conquista stavolta un posto di primo piano. Ottima spalla di un personaggio protagonista maestoso e fragile, è un marito paziente, fiducioso, amorevole e innamorato.

Due giorni, una notte, tra dignità e minaccia, convincimento forzato e pura solidarietà umana, è un grande film sulla condizione del lavoro oggi, dove il confine tra il diritto e l’elemosina è ormai assai labile. Un film intenso, che coinvolge e provoca magone, perché ci colpisce sul nervo più scoperto che abbiamo, quel nervo che spesso coincide con la vita: il lavoro. E lo fa per due giorni e una notte. Forse anche d’amore. Ritrovato.

3 commenti

  • Chiara Apicella

    Condivido tutto. Lei è bravissima: senza troppo pathos dà anima a un personaggio fragile con i propri problemi e solidale con quelli dell’altro. Infatti vedo questo film come un inno alla solidarietà umana, che permette – se non di vincere una battaglia in particolare – di trasformare la solitudine in coraggio, e di fare fronte comune contro l’arroganza. Alla prossima recensione!

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