Dogman: Matteo Garrone tra cani sciolti e uomini in gabbia

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Recensione di Dogman di Matteo Garrone, con Marcello Fonte e Edoardo Pesce.

Dogman film garrone recensioneÈ proprio vero che il cane è il migliore amico dell’uomo. Perché degli uomini non ci si può fidare. Il cane non ti tradisce, non ti abbandona, non ti fa del male; se gli dai amore (termine pronunciato decine di volte dal protagonista Marcello), amore ti restituisce. L’uomo, invece, è una creatura inquieta, complessa oltre il ragionevole, che non vede che sé, riservando ai suoi simili, gli altri uomini, un trattamento da bestie. Dogman di Matteo Garrone è un film sulle relazioni umane, sulla loro fragilità, sulle gabbie in cui cerchiamo di chiuderci e su quelle in cui ci confina la realtà, ma soprattutto sulla difficoltà di dimostrare l’amore e la fedeltà a chi ci è caro o crediamo amico.

Dopo la parentesi fantasy-storica de Il racconto dei racconti, con Dogman Garrone torna a posare il suo sguardo su una storia reale, con le radici ben piantate nella realtà sociale di una Roma assai più periferica di quella narrata nella serie tv Suburra. Una Roma irriconoscibile, che assomiglia a Scampia, che ricorda la Napoli in cui Garrone ha ambientato quasi tutti i suoi film precedenti. Una Roma di poche anime, fatta di cemento e cielo grigio, dove il sole arriva a stento, dove i colori sbiadiscono. Una Roma che è a tutti gli effetti l’attrice non protagonista taciuta nei titoli di coda.

Ispirato a uno dei casi più violenti di cronaca italiana, quello del Canaro della Magliana, Dogman se ne distacca presto per raccontarci cosa può portare un uomo tranquillo, docile, amato da tutti nel quartiere, a diventare un assassino (non voluto e inconsapevole), un non-uomo che si macchia di sangue quelle mani che fino a quel punto hanno dato solo carezze. Il film di Garrone mette di fronte Marcello e Simoncino, minuscolo il primo, enorme il secondo, come Davide e Golia. Due opposti che si attraggono, che “condividono” un’amicizia che non è tale, che finiscono per diventare l’uno lo specchio dell’altro. L’ex pugile Simoncino (Edoardo Pesce) è un cavallo matto, indomabile, feroce, aggressivo, una montagna d’uomo che porta addosso, dentro e sul viso (sul naso in particolare) i segni di una vita passata a tirare pugni. Marcello (Marcello Fonte) ha una lavanderia per cani, non farebbe male ad una mosca, adora la figlia alla follia e farebbe di tutto per lei, addirittura sbagliare oltre l’immaginabile, addirittura finire in carcere per la paura di denunciare un amico. Ma i suoi veri amici, come forse capirà, sono soltanto i cani. Uscito di galera è un uomo diverso, e finisce per trasformarsi in ciò che non ha mai neppure potuto fantasticare, col viso ferito, contuso, gonfio, proprio come Simoncino, ridotto ad un “trofeo” da esibire ad uno stuolo di amici che si sono dileguati, come l’ombra di Dio da una terra di nessuno quasi lunare.

Dogman è un film duro, che sa delineare senza intoppi i propri personaggi, anche quelli di contorno (in particolare il negoziante del Compro Oro), fino a porci di fronte a quel lato oscuro di noi che ignoriamo, ricordandoci un po’ quel servile Alberto Sordi di Un borghese piccolo piccolo di Monicelli che d’un tratto si trasforma in bestia senza anima né cuore. Ed è lì che capiamo che i cani, molto spesso, sono più umani di noi.

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