El Bar di Alex De la Iglesia: paura e delirio a Madrid

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el bar alex de la iglesiaDopo Le streghe son tornate, al giro di boa dei cinquant’anni d’età Alex De la Iglesia sforna una nuova perla psicologicamente molto dark e fisicamente al limite del gore. El Bar, disponibile su Netflix, chiude lo spettatore e un manipolo di sconosciuti in un bar mentre fuori un cecchino uccide due uomini a sangue freddo. È il panico. Chi è? Dov’è? Siamo al sicuro o siamo in trappola? Ma soprattutto, è successo davvero?

Un bar, il luogo più comune e tranquillo del mondo. Un caffè, uno sguardo al giornale, uno al puzzolente barbone che entra e uno alla giovane donna in gonna corta che esce, qualche scambio di battut(acc)e. Il bar, come la piazza, è un po’ il simbolo dell’umanità che si ritrova, fianco a fianco, spalla a spalla, tra un bancone e un tavolino, incerta sull’identità di chi ci sta accanto. Scoprirla può essere una sorpresa oppure un incubo. El Bar punta sul secondo e su una dimensione fortemente teatrale per tirar fuori, come di consueto, il peggio dai suoi personaggi, così isterici da risultare troppo simpatici. Sullo sfondo della città di Madrid, il terrorismo. Quel terrorismo che la Spagna ha provato sulla proprio pelle, di cui sente ancora bruciare la ferita. Quella Spagna che da sempre, dietro la facciata paciona da cartolina con nacchere e corrida, è un arsenale pronto ad esplodere.

Alex De la Iglesia sceglie la paura come sentimento principe dei tempi che stiamo attraversando e il bar, con la sua cantina/botola e ancor più giù le putride fogne che vi scorrono underground, come metafora dell’Io di ciascuno di noi: conscio, inconscio, subconscio e via dicendo. Col grimaldello del caos e dell’ homo homini lupus, ci conduce di fronte alla natura più brutta, sporca e cattiva che, insita in noi, è pronta ad strabordare quando la ragione inizia a generare i propri mostri. Come mostruosi sono i personaggi de El Bar, dalla padrona Amparo (Terele Pavez) al sudicio barbone Israel (Jaime Ordónez).

Ma mentre la fobia del contagio della paura ci ha (tra)sfigurato, e noi ne usciamo stravolti e straccioni, il mondo fuori ha continuato a girare, e niente sembra essere accaduto oltre la porta d’ingresso. E allora capiamo che ciò che abbiamo dentro può essere molto peggio di quello che (non) vediamo fuori. E ciò, inevitabilmente, fa ancor più paura. El Bar, in questo, colpisce basso e preciso, divertendo e spiazzando, lasciandoci inebetiti sul bel finale ma soprattutto su che ne sarà di noi.

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