Enrico IV di Carlo Cecchi: (un)a lezione di teatro (moderno)

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Enrico IV Carlo Cecchi tronoSono passati quasi cent’anni da quando, in quel lontano 1921, Luigi Pirandello scrisse Enrico IV, senza dubbio il suo capolavoro teatrale insieme a Sei personaggi in cerca di autore, partoriti quasi in contemporanea. E dopo così tanto tempo, e dozzine e dozzine di rappresentazioni, fino alla nausea diciamocelo, Carlo Cecchi ci propina una nuova messinscena. Ma il Cecchi, come lo chiamano gli addetti ai lavoro, non è uno sciocco né un pazzo (né tantomeno un finto tale, come l’Enrico IV, o l’innominato che ne veste i panni). Cecchi ha alle spalle dei Pirandello illustri e di successo: L’Uomo, la bestia e la virtù, portato in scena nel ‘76 con infinite riprese fino all’edizione televisiva del ’91, e Sei personaggi in cerca d’autore, che ha girato in lungo e in largo l’Italia e l’estero dal 2001 al 2005. E nel 150esimo della nascita dell’autore, Carlo Cecchi sfida di nuovo il teatro italiano, nonché Pirandello stesso come afferma in scena, e vince per l’ennesima volta, affondando la tua spada critica, ironica, extra-filologica nel ventre mentale degli spettatori come nel corpo molle del Barone Belcredi.

“E siamo ridotti a mettere in scena le commedie di Pirandello, fatte apposta e di maniera che né attori né critici né pubblico ne restino mai contenti!” affermava il capocomico, da Cecchi interpretato, nei suoi Sei personaggi. Cecchi quindi sa che Pirandello non mette mai d’accordo, (s)contenta sempre tutti, comunque lo si prenda, giri o rigiri. E sa anche che questa sua versione dell’ Enrico IV andrà incontro al solito funesto destino, e forse più di altri suoi spettacoli precedenti.

Carlo Cecchi si gioca le carte della modernità, della freschezza, dell’ironia e dell’essenzialità in particolare, condensando i 3 atti canonici in un unico atto di un’ora e mezza dove niente manca e niente è di troppo. L’ Enrico IV di Carlo Cecchi sa più di una lezione di teatro, di rara intelligenza e mai cattedratica, profonda e birichina, sferzante e mai irrispettosa del “mito” Pirandello. Quello di Cecchi è un imperatore di Germania che, se da un lato si beffa del testo di Pirandello, dall’altro lo mostra e tiene sempre ben presente, in scena, nelle mani di uno dei suoi “fidi scudieri”, Ordulfo, che non a caso è il suo giovane e bravo aiuto regista Dario Iubatti (classe 1986). L’ Enrico IV di Carlo Cecchi sa di fingere, e gongola di questo, anzi del suo continuo entrare e uscire dal non-transfert freudiano come giocasse a campana, prendendo in giro e confondendo gli altri personaggi (e colleghi di scena, aggiungendo ogni sera qualcosa di improvvisato). Entra e esce, ora è davanti e ora dietro, proprio come accade alla scenografia, altera e damascata, semplice e imperante, che sin dall’inizio ci fa entrare nel backstage della “carnevalata” che ogni giorno, anzi ogni sera, deve tornare in scena per sua maestà l’imperatore. Parlavamo di gioco, poco fa. “Il teatro è forse l’unico gioco che ci è rimasto” afferma Cecchi durante uno dei monologhi che ha accorciato ad arte. Cecchi gioca, gioca con acume raffinatissimo, si diverte e fa divertire, se stesso, chi con lui è sul palco e gli spettatori in sala. Anche se su questo non c’è da metterci la mano sul fuoco, poiché qualche vecchio spettatore (un po’ puritano e bacchettone suvvia!) avrà da ridire. Ma Cecchi, in questo suo apparente Bignami dell’ Enrico IV fa la scelta giusta per i tempi odierni, per degli anni Duemila che onorino il passato rielaborandolo con coscienza. E, concludendo, fa piacere che sia un grande “vecchio” del teatro come lui a fare questo, più giovane dentro di tanti giovani che s’imparruccano per sembrare più saggi. Ma la saggezza, purtroppo o per fortuna, si sa, non si finge. E Carlo Cecchi docet

[visto al Teatro della Pergola di Firenze]

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