Fiore, il cinema italiano fuori dalla reclusione

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È ufficiale: il cinema italiano è uscito dalla reclusione.

fiore filmNell’ultima annata cinematografica lo hanno dimostrato Alaska di Claudio Cupellini, Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, Veloce come il vento di Matteo Rovere. Un’ulteriore conferma arriva da Fiore di Claudio Giovannesi, che ha battuto un colpo molto forte anche all’ultimo Festival di Cannes, nella sezione Quinzaine des Realisateurs.

Fiore, nomen omen, continua a segnare la primavera nella quale il giovane cinema italiano sta tentando una mutazione di pelle che da anni non vedevamo, ma speravamo. E se la speranza è l’ultima a morire, ora il cinema made in Italy è più vivo che mai.

Claudio Giovannesi confeziona un film compatto e romantico, disperato e genuino, conducendoci oltre le sbarre di due vite al limite, rinchiuse nella solitudine, costrette al furto e a piccoli colpi criminali per sentirsi vivi. Almeno fino a quando non si incontrano, e scoprono che oltre la delinquenza c’è qualcosa che vale molto di più di una manciata di cellulari rubati: l’amore.

Fiore è Cinema, e questo già è molto importante. Lo dimostrano i nomi “da fumetto” dati ai due protagonisti, Daphne e Josh; lo dimostra la struttura a capitoli mensili che scandisce l’intreccio; lo dimostra la regia di Giovannesi, di rara coerenza e omogeneità. Non uno strappo, non un indolenzimento, con la macchina da presa come una pistola sempre puntata alle spalle dei suoi personaggi, amati come figli ma pedinati come stranieri. E lo dimostra anche la coscienza che il regista ha di tanto cinema, italiano e internazionale, come palesano in particolare due sequenze: il sogno di Daphne che si muove “libera” nel carcere proprio come faceva Aldo Moro (Roberto Herlitzka) nell’immaginazione notturna della brigatista di Buongiorno, notte di Bellocchio; la scena finale, che tanto ricorda quella che chiude Il laureato di Mike Nichols, di chi dopo la bravata si rende conto d’aver sbagliato e di non aver più scampo.

Convince anche l’uso della colonna sonora, assente fino a quando nella diegesi non irrompe un agognato lettore Mp3 il quale, una volta acceso, trasmette Sally di Vasco Rossi, canzone nella quale si specchia la giovane protagonista, fino a toccare il suo apice nella sequenza del ballo di capodanno sulla trascinante Maledetta primavera di Loretta Goggi. Un ricorso alla canzone nazional popolare già incontrato, ad esempio, in Lo chiamavano Jeeg Robot, nella ibrida personalità dello Zingaro (Luca Marinelli) che intona Un’emozione da poco di Anna Oxa, Non sono una signora di Loredana Bertè, Ti stringerò di Nada. Scelte musicali piene di fascino, mai casuali, che sarebbe curioso e proficuo indagare più a fondo.

Bravissima l’attrice protagonista, Daphne Scoccia, bellezza dai contorni mascolini e degli occhi da dolce cerbiatta. Una fisicità (vocalità compresa) che dà scheletro e nutrimento al film, il quale a sua volta le tira fuori il massimo tramite l’uso di lunghi piani sequenza dove anche il minimo errore si vedrebbe. È l’ennesima giovane “leva” scoperta dal cinema italiano più fresco dopo Ilenia Pastorelli di Lo chiamavano Jeeg Robot ma soprattutto Matilda De Angelis di Veloce come il vento.

Insomma, Fiore, affidandosi a ad una anti-eroina per la quale non c’è futuro, segna un nuovo punto a favore di un cinema italiano desideroso di finalmente rinnovarsi. Futuro che invece sorride a Claudio Giovannesi e a quei registi intorno alla quarantina che in silenzio sanno farsi valere, in patria e all’estero.

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