Forza maggiore: scene da un matrimonio (sfasciato) · recensione

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Recensione di Forza Maggiore, film di Ruben Ostlund.

forza maggiore filmCome ti sfascio la famiglia.
Potrebbe essere questo il sottotitolo di Forza maggiore dello svedese Ruben Ostlund, vincitore del Premio della Giuria nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2014.

Ruben Ostlund, memore delle scene da un matrimonio di Ingmar Bergman, ne porta sul grande schermo una sorta di aggiornamento, di nuovo tassello, pur tenendo lontano da sé e da noi qualsivoglia paragone col maestro del cinema nordico.

C’è tanto bianco, quello della neve, in Forza maggiore, ma anche tanto nero, quello nascosto in fondo all’anima di questa coppia e di questa umanità in vacanza (ma non dalle paure e dai giudizi altrui). Forza maggiore è una valanga di realtà e cinismo non controllata, con battute caustiche degne della migliore black comedy, anche se qui di comedy e da ridere c’è ben poco. Ostlund scava in profondità ai suoi personaggi, indagandone pregi e difetti, azioni e reazioni, sostenuto dalle inquietanti e ansiogene, sacre e solenni note del Concerto n° 2 in Sol minore di Antonio Vivaldi.

Forza maggiore è senza dubbio uno dei film più cattivi della stagione, capace di farci riflettere sulle nostre responsabilità e egoismi, almeno apparenti. Ostlund prima mette alla berlina l’uomo, il maschio del branco, il padre di famiglia, dipingendolo con le tinte più fosche e miserabili. Poi eccede in qualche lentezza di troppo e qualche piagnucoloso passaggio melodrammatico che però spennella di toni grotteschi il quadro. Quindi chiude con un finale assolutamente geniale, dove, tra il bianco e il nero, emerge la mezza misura del grigio, quel grigio che ci rende tutti uguali, comprensibili, amabili, quel grigio che ci fa prendere la vita con filosofia e a bocca chiusa, anzi con una sigaretta tra le labbra. Per dire che in fondo, al di là di giudizi affrettati, errare humanum est

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