Freeheld – Amore, giustizia, uguaglianza: la recensione

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Freeheld – Amore, giustizia, uguaglianza di Peter Sollett, con Julianne Moore e Ellen Page, ha sin da subito, prima che ci sediamo sulla poltroncina, quattro validi elementi che inquadrano la sua possibilità di riuscita.

freeheldDallo sceneggiatore di Philadelphia (1993). Questo ci dice immediatamente il trailer del film. E questo già ci basta come mezza garanzia di qualità. Se a questo primo elemento aggiungiamo che il film è stato prodotto, oltre che co-interpretato, da Ellen Page, fresca di coming out riguardo la sua omosessualità, quindi (auto) eletta come autentica bandiera della comunità gay, capiamo d’essere di fronte ad un film fatto non alla leggera. Terzo elemento non trascurabile: c’è Julianne Moore, forse la più grande attrice del cinema americano degli anni Duemila. Un’attrice non nuova a ruoli omosessuali: si pensi a I ragazzi stanno bene di Lisa Cholodenko e Chloe – Tra seduzione e inganno di Atom Egoyan. Quarto e ultimo elemento, ma non meno importante: Freeheld racconta una storia vera, di malattia e diritti civili. Quasi un “gender” cinematografico saccheggiatore di successo e premi. Tra gli ultimi precedenti illustri Dalla Buyers Club con Matthew McConaughey.

Freeheld – Amore, giustizia, uguaglianza è un film assolutamente riuscito. La regia di Peter Sollett evita qualsivoglia trovata registica che possa smorzare il fluido procedere della vicenda. Una regia a totale servizio della narrazione, quasi invisibile, come in molti film degli anni Novanta. Sollett preferisce dedicarsi alla descrizione dei personaggi, che realizza con semplicità e personalità nella prima parte del film. La seconda è il lato civile dell’opera, con la battaglia portata avanti da Laurel Hester per far sì che la compagna (la moglie potremmo dire!) possa ricevere i suoi contributi pensionistici una volta che lei sarà morta, poiché affetta da un cancro ai polmoni che la sta divorando.

Freeheld è un film che semina bene nella prima parte per poi raccogliere meglio nella seconda. E lo fa senza strumentalizzare lo spettatore. Il tono non si fa mai davvero melodrammatico (come spesso invece accade), ma rimane incollato all’urgenza e alla prepotenza della realtà, dove l’uomo si scontra con quella legge che lui stesso ha creato.

Freeheld ha la stessa forza di Pride di Matthew Warchus, film che lo scorso anno, intorno a Natale, convinse un po’ tutti. Ma forse è addirittura più coraggioso, perché sa di non accontentare o piacere a tutti. In primis per la molteplicità di tematiche trattate: Freeheld non è solo un film, come recita il sottotitolo italiano, su amore, giustizia, uguaglianza. Ma anche sulla malattia, il diritto, la solidarietà, amalgamando il tutto con passaggi da legal movie d’altri tempi.

Julianne Moore è gigantesca. L’emozione è il suo mestiere. E ora, forte anche dell’Oscar vinto per Still Alice, in cui interpretava una donna colpita da Alzheimer, è senza dubbio la massima specialista nei cosiddetti “ruoli impegnati”. Al suo fianco Ellen Page è tenerissima, e dietro quel volto da bambina si nasconde una tigre, di quelle che sanno graffiare senza dover mostrare gli artigli. Fanno quadrare il cerchio Michael Shannon e Steve Carell. Il primo, dall’alto della sua imponenza statuaria, che poco concede all’espressività facciale e fisica, distilla pian piano un’intensità che supporta quanto basta le due attrici. Il secondo, trovata la giusta misura tra dramma e commedia, ci propone il giusto equilibrio tra la comicità che l’ha reso celebre e la serietà d’attore drammatico mostrata in Foxcatcher di Bennett Miller.

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