Frost Nixon Il duello

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frost nixon il duelloFrost Nixon Il duello si presenta sin dalla locandina come un vero e proprio incontro di pugilato tra due pesi massimi.

In un angolo c’è Richard Nixon, dimissionario presidente degli Usa nel 1974 in seguito allo scandalo Watergate. E’ un animale di razza della politica, un mago dell’oratoria, un uomo che non accetta il viale del tramonto. Nell’angolo opposto c’è David Frost, noto ma mediocre presentatore inglese di talk-show. E’ un animale del tubo catodico, uno spavaldo playboy dal volto jokeriano, un giocoliere dello share televisivo.

Sono pugili in giacca e cravatta che non giocano per partecipare, ma per vincere, per ritrovare le luci della ribalta sul “ring” di un set televisivo.

Ma come nelle migliori tradizioni agonistiche, l’orgoglio personale fa sottovalutare l’avversario e la smania di riconquista del successo spinge entrambi in un gioco senza regole troppo grande per chiunque. Un gioco intricato, fatto di domande mirate e risposte pungenti, parate e finte, ragione e sentimento. Ogni colpo è studiato e assestato con raffinata e crudele meticolosità. Ad ogni gong dell’intervallo il team di trainer e collaboratori asciugano la fronte del proprio duellante e fioccano consigli e critiche sulla conduzione dell’incontro.

I primi tre round/registrazioni televisive vedono il presidente assestare con sicurezza diretti e ganci,  carichi di saccenteria e strafottenza, portandolo a guadagnare un netto vantaggio. Ma al quarto round Frost si sveglia dall’annebbiamento iniziale, mette all’angolo il rivale, con tono marcato e deciso affonda un colpo basso e il presidente cade al tappeto.

Arbitro dell’incontro è Ron Howard. Il regista, premiato con l’Oscar per A Beautiful Mind, confeziona un kammerspiel ricco di pathos e suspense, un thriller della parola e del pensiero, un dramma da camera col primato del primo piano, volto a sottolineare le sfumature emotive dei duellanti. La pellicola scorre veloce e spigliata, grazie ad un’ottima sceneggiatura e un montaggio di grande ritmo. La macchina da presa è in continuo movimento, come un terzo pugile che saltella sulle punte dei piedi. Si avvicina, si allontana, ruota su se stessa, indugia con vicinanza sui protagonisti, ne scruta i volti tagliati in due, come maschere veneziane, da ombra e luce. E’ un cinema dello sguardo: tra uomini, dentro gli uomini e di uomini dentro la cornice della cinepresa. Ed è l’occhio televisivo il vero vincitore del match.

Il regista realizza un “pamphlet” sulla straordinaria capacità del quinto potere di manipolare e mistificare, di ingigantire o banalizzare la realtà. Come dice James Reston Jr., interpretato da Sam Rockwell, “la prima e più grande colpa o forma illusoria della televisione è che semplifica, diminuisce. Idee importanti, complesse, porzioni di tempo, intere carriere, vengono ridotte ad un solo fotogramma.” E questo è quello che accade a Richard Nixon, che, vittima del “potere riduttivo del primo piano” dove l’immagine schiaccia la parola, rimarrà nell’immaginario degli americani come un volto “gonfio e devastato dalla solitudine, dal disgusto per se stesso e dalla sconfitta”, un’ombra sfumata in campo lungo il cui “retaggio più durevole è che oggi qualunque illecito viene subito bollato con il suffisso gate”.

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