Fury: asciutto e imponente war movie di David Ayer

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furyAprile 1945: la Germania nazista è al collasso. Di lì a breve, il 30 aprile, mentre i Sovietici entrano per primi a Berlino, Hitler si suicida insieme ad Eva Braun. Il 7 maggio la Germania firma la resa senza condizioni: la Seconda Guerra Mondiale in Europa è finita. È sullo sfondo dei capitoli conclusivi del secondo conflitto mondiale che si staglia Fury, il tuonante war movie diretto David Ayer con protagonista un cast d’eccezione in cui spiccano Shia LaBoeuf e Brad Pitt.

Pitt è il sergente dell’esercito americano Don Collier, da tutti soprannominato “Wardaddy”, chiamato a guidare un’unità di cinque soldati in una missione mortale dietro le linee nemiche tedesche a bordo di un carro armato Sherman dal nome (di battaglia) Fury.

Fury di David Ayer è un nuovo grande tassello cinematografico incentrato sul conflitto che ha cambiato per sempre la Storia. Costato 80 milioni di dollari (ampiamente ripresi incassando in tutto il mondo oltre 240 milioni di dollari), Fury ci offre un sentito spaccato dell’assurdità e dell’atrocità della guerra. David Ayer mette insieme un manipolo d’attori di prim’ordine e lo spoglia, su tutti Brad Pitt, da ogni parvenza divistica. Fury non è un film patriottico, né americanocentrico, né tantomeno interessato a glorificare le gesta eroiche dell’esercito statunitense. Dietro la portata e l’investimento economico di un kolossal, c’è un film asciutto, sporco, fangoso, che mette alla berlina la guerra, ogni guerra.

Fury è quindi un film che sa arrivare con egual intensità e profondità a tutti gli spettatori, americani come europei come asiatici. Non c’è trionfalismo bensì pietas, non c’è melodrammaticità bensì la resa più cruda e crudele della ferocia della guerra. Ayer, infatti, non rinuncia a mostrarci la “morte in diretta”: vediamo saltare gambe e cervella, “vittime” e bersagli di una folle furia bellica capace solo di seminare morti, uno dopo l’altro. Una furia che colpisce e abbrutisce la mente dei soldati, di chi, schiavo (in)consapevole, fa e allo stesso tempo subisce un guerra che non ha voluto. Una furia solo parzialmente smorzata in un finale che ci consegna un flebile barlume di umanità, circondato però da tanta desolazione che è solitudine fisica e spirituale.

Fury è inoltre un’opera che sa guardare e far tesoro del grande cinema del passato. Bellissimo il lieve ma evidente omaggio all’episodio siciliano di Paisà di Rossellini, a quel dialogo tra il soldato Joe e la scontrosa Carmela al lume di un accendino funesto. Una scena che ritorna nell’amorosa conversazione tra la giovane leva Norman (Logan Lerman) e la bella ragazza tedesca che, per il tempo di un pranzo, “accoglie” in casa i cinque militari americani. Ma Fury, svolgendosi per larga parte nella pancia di un carro armato, ricorda anche lo sconvolgente Lebanon di Samuel Maoz, film sulla prima guerra del Libano vincitore del Leone d’Oro al Festival di Venezia 2009.

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