Il diritto di contare di Theodore Melfi: recensione

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“Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità”. Queste le parole di Neil Armstrong, primo uomo a mettere piede sulla Luna. Ma senza le “figure nascoste”, che danno il titolo originale al nuovo film di Theodore Melfi, gli Stati Uniti forse non avrebbero vinto la corsa allo Spazio e forse la Storia avrebbe avuto un “passo” diverso.

il-diritto-di-contareSiamo a Langley, nella Virginia separazionista del 1961. Alla NASA tutti scalpitano per conquistare la nuova frontiera prima dei sovietici. Qui lavorano, sottostimate e celate nell’ala ovest, un gruppo di donne nere, dei “calcolatori umani”, considerate una fastidiosa necessità da sfruttare all’occorrenza e senza dar loro alcun credito. Ogni giorno queste donne si scontrano col disprezzo dovuto non solo al colore della loro pelle ma anche al loro sesso. Vi spiccano tre incredibili figure: Katherine Johnson (Taraji P. Henson), una brillante matematica e fisica che, ammessa nello Space Task Group, riuscirà a tracciare le traiettorie del programma Mercury e della Missione Apollo 11; Doroty Vaughn (Octavia Spencer), inizialmente l’unica a saper usare il nuovo calcolatore IBM; Mary Jackson (Janelle Monàe), prima donna nera ingegnere aereospaziale addetta allo scudo termico. Il loro sforzo e le loro capacità porteranno John Glenn (Glen Powell) ad essere il primo astronauta a fare un’orbita completa intorno alla terra e tornare indietro sano e salvo. Ma non solo…

Biopic drama, Il diritto di contare è un film che scorre con pochi scossoni. Accessibile e confortante senza essere stucchevole, forse solo un tantino in bilico sulla linea della retorica, è sostenuto da una regia ineccepibile, dalla sceneggiatura di Allison Schoeder, che fa buon lavoro nel tratteggiare il periodo storico della lotta del Movimento per i Diritti Civili, ma soprattutto da una buona interpretazione corale in grado di calibrare la giusta forza sulla leva dell’emozionalità.

Eppure, pur avendo una struttura assolutamente convenzionale, Il diritto di contare è un film originale, con un approccio quasi “rivoluzionario”, dove il regista crea un parallelismo tra il suo agire e quello delle tre protagoniste, le cui gesta finora erano sconosciute ai più. Come queste ultime si ribellano al disprezzo e all’alterigia della discriminazione opponendo preparazione e audacia, allo stesso modo Melfi scardina la consueta rappresentazione della conquista dello spazio, da sempre vista attraverso un’angolatura virile e bianca. Non per niente, attori del calibro di Kevin Costner e Jim Parsons qui sono semplici comprimari. Ben strutturate e ben rappresentate sono invece le figure femminili, molto diverse tra loro ma accomunate dalle continue umiliazioni subite e, soprattutto, dal desiderio di affermazione e di riconoscimento delle proprie qualità e dei propri diritti. Fa eccezione una volutamente sgradevole e amara Kirsten Dunst, la quale, sentendo anche lei da donna il peso della discriminazione, affronta la sua insicurezza cercando di omologarsi il più possibile all’ambiente.

Quanta determinazione occorre nel dover percorrere chilometri solo per andare in bagno o per poter mettere di diritto il proprio nome sul frontespizio di una relazione? Quanto forza esige l’essere l’unica persona capace d’usare un computer mentre al contempo ti costringono a spostar pacchi come un fattorino? Quanta caparbietà necessita l’affrontare persino un giudice pur di poter frequentare un corso di specializzazione in ingegneria aperto solo ai bianchi?
Il merito di Il diritto di contare sta proprio nel rispondere a questi quesiti, ovvero nel ricordarci di non nascondersi mai, perché sì, da allora, molti altri piccoli passi sono stati fatti, ma il cammino è ancora lungo.

scritto da Vanessa Forte

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