Il grande Gatsby: Baz Luhrmann tra sfarzo e raffinatezza

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il-grande-gatsbyNo Gatsby, no party!

E con un hitchcockiano effetto Vertigo la Signoria Vostra, accompagnata dal rampante scrittore Nick Carraway, è invitata ad entrare nel magico mondo del grande J. Gatsby, nella sua casa galante sede di sciccose feste vip e di un amore disperatissimo. Ma se Gatsby è il “padrone di casa”, allo stesso tempo la sua reggia è come presa in affitto dal grande Baz Luhrmann, che dopo Moulin Rouge ci spinge nella mischia di una nuova stereoscopica e ingioiellata esperienza cinematografica.

Che Luhrmann sia un amante della provocazione e dell’eccesso lo si sa dai tempi di Romeo + Giulietta: come dimenticare l’iniziale scontro armato al distributore di benzina o la grossa croce tatuata sulla schiena di Frate Lorenzo o semplicemente la geniale Verona Beach al largo di Los Angeles! Scelte d’azzardo che si amano o sia odiano, ma sintomo cristallino di un’anima nobile che non teme di osare, sperimentare, shakerare. Il grande Gatsby conserva questo gusto dell’oltre, della sfida a tutti i costi, in un esuberante e colorato gigantismo. Ma a ben vedere neppure troppo. L’eccesso c’è, non si può negare, ma non si fa mai pacchiano, non sfiora mai il cattivo gusto. Luhrmann ha un palato raffinato e la “dismisura” va a braccetto con un’eleganza liberty e allo stesso tempo pop. Il castello di Gatsby ha il fascino del più principesco e signorile conte Dracula, con stanze ariose e sconfinate, una piscina rotonda e perfetta come la sua immaginazione (come ripete a più riprese Daisy). Se, come dice quel musone di Tom Buchanan, ogni sabato sera va in scena un mondo da circo, allora è il Cirque du Soleil. Non ci sono nani, culturisti spezza-catene, Houdini pronti alla fuga. La sua dimora è una rielaborazione di casa Capuleti, con scalinate e balconi elevati “alla Gatsby”, con una fisionomia così sfolgorante e fiabesca da riecheggiare la sagoma turchina del guglioso castello della Walt Disney.
Nella soundtrack adatta anche la scalmanata Beyoncè ad un gusto più velato, un po’ foxtrot un po’ charleston. Back to Black, come tutte le altre tracce audio, non è inserita nuda e cruda, non c’è il tunz tunz che sentiamo alla radio. Non c’è da pogare né spintonarsi in pista, tutt’al più uno struscio da favola. L’adattamento e la sfumatura sono quindi cifra espressiva di Luhrmann, che sa investire di indicibile raffinatezza anche il movimento di macchina più mirabolante. Insomma, il ragazzo sembra essersi “disciplinato”…

Detto questo, Il grande Gatsby è una grandissima e bellissima storia d’amore. Cosa c’è di più romantico di un uomo che ogni weekend mette in piedi una festa faraonica affinché tutte quelle luci d’alto varietà possano incuriosire e diventare stella polare per lei, per Daisy, che, appena al di là della baia, dista da lui solo 5 anni (luce). Un Gatsby impersonato da un immenso Leonardo DiCaprio, che, eccellente in charme e naturalezza, è ormai sommo esperto nel ruolo dell’amante a risvolto tragico (qui pari, se non superiore, a quello già vissuto in Titanic e Romeo+Giulietta). Al suo fianco Carey Mulligan, dolce scricciolino e ninfa imperlata con sexy neo sulla guancia alla Marylin. Pur con qualche stonatura, la biondina è abile nei panni della giovane che si ritrova improvvisamente in un tragico amore troppo più grande di lei.
Che dire poi di Tobey Maguire… faccetta curiosa e sorrisino fastidioso, riesce a liberarsi definitivamente dallo spettro di Spider Man. A reggere il moccolo il granitico Joel Edgerton, già visto in Zero Dark Thirty.

In conclusione, un’opera romantica e divertente, di un regista che ha saputo confrontarsi a testa alta con il romanzo di Francis Scott Fitzgerald e il precedente del ’74 di Jack Clayton e Robert Redford. “Non si replica il passato” sostiene convinto Nick Carraway. E’ vero. Baz Luhrmann (vecchio mio!) non replica il passato, lo supera.

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