Il permesso – 48 ore fuori: la recensione

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Era meglio se non glielo davano, a Claudio Amendola, il permesso di fare questo film. Perché Il permesso – 48 ore fuori, messe in salvo le buone intenzioni di partenza, è un film debole, insipido, che non morde né aggredisce mai.

il permesso 48 ore fuoriSu quanto sia difficile girare un film noir ne abbiamo già parlato in tanti altri post (riguardo Cha cha cha di Marco Risi, Nottetempo di Francesco Prisco, Senza nessuna pietà di Michele Alhaique). Così come abbiamo già sottolineato altre volte come il cinema italiano più recente si sia ri-avvicinato con successo a questo genere assai scivoloso (è il caso di Alaska di Claudio Cupellini, Suburra di Stefano Sollima, Pericle il nero di Stefano Mordini). Vige quindi questa ambivalenza intorno al noir italiano e al modo (o il desiderio?) di approcciarvisi: da un lato i rischi sono enormi, dall’altro attrae con magnetismo stregato.

Claudio Amendola, alla sua seconda regia dopo il riuscito La mossa del pinguino, decide di lasciare i sicuri e placidi lidi della commedia per avventurarsi in quelli assai più impervi del cinema di genere, di personaggi borderline, di atmosfere e vicende cupe. E questo è motivo di plauso. Solo questo però, perché nel complesso Il permesso – 48 ore fuori è un buco nell’acqua. Dove l’acqua è profonda. Ma le colpe sono da imputare parimenti un po’ ad Amendola e un po’ alla sceneggiatura di Giancarlo De Cataldo.

Claudio Amendola cerca di fare un certo lavoro di regia, ma rimane bloccato, impantanato, in potenza. Per quanto riguarda invece la direzione degli attori, il risultato è alquanto discutibile. Su tutti, lascia un po’ basiti la silenziosa ma rabbiosa prova di Luca Argentero, che già si era dimostrato incerto in panni tenebrosi nel già citato Cha cha cha di Risi. C’è quindi del recidivo, sia da parte di Argentero sia da parte di Amendola.
La colpa maggiore, però, viene da attribuirla a De Cataldo. Lo sappiamo, stiamo parlando di uno degli sceneggiatori più esperti e apprezzati del cinema italiano degli anni Duemila. Solo per fare due titoli, stiamo parlando dello sceneggiatore di Noi credevamo di Martone e di Romanzo Criminale di Placido. Il permesso – 48 ore fuori sembra scritto a tempo perso, con una mano sola (o con la mano sinistra!). Scialbo, anonimo, slegato, privo di carattere. Quattro storie, quindi potenzialmente un film a episodi, che difficilmente si rilegano tra loro. Storie che non hanno identità, motivo di essere raccontate, poiché ciascuna ruota intorno ad alibi fragili e banali, per non dire poco plausibili nello sviluppo (si veda l’episodio con protagonista Argentero).

Insomma, Il permesso – 48 ore fuori è un film che poteva dire molto, e invece (purtroppo) non dice nulla, anzi proprio non ci prova nemmeno. Un film monco in partenza, quindi difficilmente salvabile in corsa. Diciamocelo: è grassa se non è volato fuori di sala 48 ore dopo l’avvio del “primo rullo”…

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