Il premio: Alessandro Gassmann (e ciascuno di noi) in viaggio con papà

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il premio gassmannLa famiglia è da sempre il perno non solo della società italiana, ma anche del cinema italiano. Si pensi, su tutti, ai film di Ettore Scola. Famiglie comuni e famiglie altolocate, complicate e complessate, allargate e, per un verso o per un altro, sempre più disfunzionali. La famiglia è un po’ quel polo attrattivo dal quale, volente o nolente, nessuno può scappare. E ogni famiglia ha il suo perno, più o meno (im)portante e ingombrante, amato o odiato, (onni)presente o radicalmente assente.

Il premio di e con Alessandro Gassmann si butta a capofitto in questo filone, staccandosi però dalla fissità dell’ambientazione domestica e urbana (quasi un topos nostrano) e lanciandosi sulla via di un road movie dall’Italia alla Svezia, sulla (retta) via di un premio Nobel attribuito ad un padre “di(v)o” della letteratura.

C’è qualcosa di (non) autobiografico, è certo, anzi è ovvio, ne Il premio. Alessandro (non) racconta di sé e di quel papà, geniale e idolatrato in aeternum: Vittorio Gassman. C’è del catartico in questo suo secondo film di finzione dopo il potente Razzabastarda. Una catarsi, però, ben celata, dissolta, come polvere (di stelle) nell’aria leggera di tutto il film. Alessandro Gassmann riesce così a raccontare una storia che può riguardare, inquadrata dal punto di vista che più ci è caro o meno doloroso, ciascuno di noi. Quel rapporto col padre che il cinema italiano raccontò così bene, oramai 35 anni fa, in In viaggio con papà di Alberto Sordi con Carlo Verdone.

Sostenuto alla sceneggiatura da Walter Lupo e dall’immancabile Massimiliano Bruno (vi invito, per gioco, a scoprire in quanti film italiani degli ultimi anni non abbia messo il suo zampino!), Alessandro Gassmann realizza un film fresco, garbato, che dispensa pillole di riflessione tra un sorriso e l’altro. Un po’ ricorda l’allegra brigata di Basilicata Coast to Coast, ma non ha né vuole imitare il tono scanzonato dell’amico e collega di set Rocco Papaleo. Il premio è un film sui rapporti familiari che possono tornare a cibarsi della luce del sole se l’ombra lunga di un grande padre sa (ri)accogliere quella di figli che giocoforza, di fronte allo specchio o all’opinione pubblica, devono imparare a schivare l’etichetta, spesso, di falliti o raccomandati.

Ben girato (sono molte le sequenze che palesano la voglia di “aprire” lo schermo italiano al paesaggio europeo, come a farci respirare oltre le solite quattro mura) e ben recitato, Il premio poggia sereno e tranquillo sulle performance di un cast di caratteristi che sanno il fatto loro, dalla comicità gentile di Papaleo al misuratissimo e intenso Alessandro Gassmann, dal simpatico isterismo della blogger impersonata da Anna Foglietta alla breve ma energica luce irradiata da Matilda De Angelis, fino al suo assoluto protagonista: Gigi Proietti, che pur con qualche teatralità di troppo, ma senza facce da Mandrakata, veste con sofisticata naturalezza l’istrionismo di un padre che ha seminato figli in mezzo mondo come romanzi scritti e dimenticati (o da dimenticare).

Insomma, Il premio (un titolo brevissimo, che anche per questo ricorda quelli da commedia all’italiana come La famiglia, La terrazza, La cena, Il sorpasso, ecc.) è un film che ci solletica il riso e ci accarezza l’anima, dolcemente, senza scossoni, senza quella smania di chi aspira al riconoscimento di un premio. Appunto. Se non quello di levare, pur per il tempo di una serata, qualche grammo di magone dalle nostre vite sempre più messe alla prova dalla dura realtà odierna (italiana, purtroppo, stavolta).

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