Il rifugio (2009) di François Ozon: recensione

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il-rifugioUn pancione che candido affiora dall’acqua torbida e lattiginosa di un rilassante bagno in vasca. E due mani che dolcemente lo accarezzano, cullano, proteggono. Questa l’immagine cardine de Il rifugio di François Ozon, che, partendo dal tema della gravidanza, si circoscrive ai concetti di maternità e discendenza, desiderio e paura di essere madre, per poi ampliarsi verso l’eterna dicotomia tra Morte e Vita, ponendo l’accento proprio su quest’ultima, che, giunta inaspettata nel ventre di una donna, è patrimonio da dare alla luce, difendere, forse crescere, forse abbandonare.

E ci getta subito in medias res, in un appartamento vuoto e silenzioso, sperduto in una Parigi oscura, immensa e panoramica, avvolta in un retrogusto da periferia noir. In una maison lussuosa e spoglia, Mousse e Louis sono intenti a bucarsi d’eroina come solo in Trainspotting di Danny Boyle abbiamo visto fare. In un’aura sfatta e sospesa, entra in scena nitido e spaventoso il dramma della tossicodipendenza. Ecco quindi un cinema dai toni freddi, spettrali, glabri, come i volti dei protagonisti. Una fotografia cupa e celestiale, nera e paradisiaca, fatta di cappotti corvini e cieli nebulosi. Quantomeno nella prima parte di film.

Poi Mousse si ritira dal mondo, fugge al mare in una casetta in Canadà che profuma di locus amoenus. Qui i toni e gli umori dell’opera tendono a schiarirsi, rasserenarsi, e il colore torna timidamente a far capolino. Quel piccolo focolare sulla spiaggia è il suo rifugio, come lo è il figlio che porta in grembo o gli sguardi teneri e sibillini con Paul, fratello di Louis.

Tante tematiche, quindi, che Ozon tratta con delicatezza e poesia, orchestrandole in armonie lievi e mai sopra le righe, lasciando da parte intenti dottrinali o di denuncia. Da questo punto di vista, anche la presunta lancia spezzata a favore delle adozioni ai gay passa in secondo o terzo piano.

In merito agli attori, Isabelle Carrè, realmente incinta durante le riprese, è bravissima, misurata, intensa, così come Louis Ronan Choisy è compìto, mite, genuino. Melvil Poupaud, pur stando in scena solo i primi dieci minuti, è maestoso, statuario, di un realismo raro che buca lo schermo.

In conclusione, Il rifugio è un’opera sfaccettata e completa, che avvolge e spiazza, che ci scende nelle vene preferendo distillare nel tempo piccole grandi gocce d’emozione piuttosto che annegarci in un’overdose di sentimenti. Mai eccessivo, melodrammatico, lacrimoso, tutto è come ibernato. Ma nonostante questo, scalda.

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