In fondo al bosco di Stefano Lodovichi, la recensione

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In fondo al bosco di Stefano Lodovichi è un interessante ibrido di generi e di genere, che sa accentuare il potere del cinema partendo dalla realtà, da un mixage di casi di cronaca nera.

in fondo al boscoIn fondo al bosco prende spunto e raccoglie in sé i più eclatanti casi di cronaca nera italiana: c’è qualcosa della Franzoni di Cogne, qualcosa delle Bestie di Satana della provincia di Varese, qualcosa della morte del piccolo Tommy Onofri. Non a caso abbiamo una madre tormentata e confusa, un piccolo protagonista proprio col nome Tommi, una festa di paese dove ci si veste da diavoli e nel buio della notte non si sa cosa succede. In fondo al bosco, però, pur con questi spunti alla base, li gira e tratta in chiave di cinema. Lodovichi realizza un thriller dei sentimenti con un forte (retro)gusto da mystery, genere che raramente abbiamo visto nel cinema italiano recente, e che per questo ci fa piacere ritrovare una volta tanto sul grande schermo. Ma il Cinema si fa sentire anche nell’intreccio. Lodovichi, Isabella Aguilar e Davide Orsini ci ricordano che il cinema è (anche) sceneggiatura. I tre hanno lavorato ad un intreccio che propone doppie e oscure verità tramite flashback menzogneri come in Hitchcock e passaggi di terrore che riecheggiano Stephen King. E la matassa si sbroglia gettando nella mischia fatti e personaggi imperfetti, e per questo umani, che nascondono ciascuno un segreto inconfessabile.

Sostenuto dalla nitida e parlante fotografia di Benjamin Maier, nonché da una colonna sonora sospesa tra l’elettronico e l’analogico di rumori quotidiani ri-usati come strumenti musicali, In fondo al bosco è un’opera seconda che dimostra tutta la personalità e la voglia di rischiare del giovanissimo Lodovichi (classe 1983, eppure già al suo secondo lungometraggio). La sua seconda “creatura” non è solo un film di genere, ma qualcosa di più, di altro, di oltre, anch’esso avvolto dallo stesso mistero che abbraccia il film.

Bravissimi i due attori protagonisti, Filippo Nigro e Camilla Filippi. Lui, nei panni di un tenero, rabbioso e solitario padre che non si arrende alle dicerie del paese, dopo ACAB di Stefano Sollima conferma la stoffa con cui empaticamente lavora e sente sulla pelle i personaggi che interpreta. Lei, mater dolorosa e instabile, riesce finalmente nel salto dalla televisione al cinema, con un ruolo che le permette di (di)mostrare la sua bravura anche sul grande schermo. Bravi anche tutti gli altri, a partire da Teo Achille Caprio, volto perfetto per l’inquietante piccolo protagonista che ci ricorda quelli de Il sesto senso di M. Night Shyamalan, Babadook di Jennifer Kent, Joshua di George Ratliff.

Insomma, In fondo al bosco è un buonissimo prodotto, che trova il giusto equilibrio tra autorialità e apertura al grande pubblico, sintomo di come, in fondo al bosco del panorama italiano, si nascondano frutti che sanno (ancora, per fortuna) di cinema.

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