Inferno, sotto la “maschera” di Firenze niente (o quasi)

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inferno-tom-hanksTanto tuonò che piovve. Denaro a palate su Ron Howard e Tom Hanks.
Inferno era senza dubbio il film più atteso di questo autunno e il pubblico non ha tardato ad accalcarsi. Infatti, solo nel primo weekend di programmazione, l’incasso al botteghino italiano ha toccato quota 4 milioni e mezzo di euro. Anche a causa della location che abbraccia più della metà del film: Firenze. E una vera e propria pioggia, di turisti stavolta, è attesa anche su Firenze per i prossimi mesi. Se considerate che “di normale” Firenze ha già la cifra record  di 9 milioni di turisti all’anno, provate a immaginare cosa accadrà dopo che gli spettatori di tutto il mondo avranno visto Inferno.

Perché diciamo le cose come stanno: Inferno è primariamente lo spot più grosso di sempre alla città di Dante. Tutta la prima parte si snoda tra i vicoli e le meraviglie di Firenze, tra Palazzo Vecchio, Piazza della Signoria, il Giardino di Boboli, fino a Porta Romana. La caccia al tesoro che caratterizza Inferno, come già tutti gli altri film tratti dai romanzi di Dan Brown, si trasforma in un giro turistico che mette voglia di “fare i  turisti” anche ai fiorentini stessi. Se poi ci mettete una fotografia da urlo, delle riprese aeree coi droni da pelle d’oca e altre piccole grandi suggestioni del genere, il successo è assicurato.

Il film, però, non è bello come le sue location (oltre a Firenze, c’è spazio anche per una capatina a Venezia e qualcosa di più a Istanbul). Inferno, infatti, è senza dubbio inferiore ad Angeli e demoni, e forse anche a Il codice da Vinci. L’idea della peste del Terzo Millennio per “contenere” la crescita demografica non è niente di nuovo e non è nulla di così coinvolgente. Il resto sa tutto di già visto, giochi e doppi giochi, il cattivo è il buono, il buono è il cattivo, l’erba del vicino è sempre più verde o più marcia (dipende dal vicino). Anche registicamente è il più confusionario della trilogia diretta da Ron Howard, il quale mette sulla brace troppi registri, che finiscono per risultare discontinui. In particolare è carente la parte dedicata alle visioni che colpiscono Robert Langdon. Visioni dantesche che non colgono nel segno, che sanno di “artigianale” e un po’ tirato via.

Certo, il film si fa vedere e se ci si lascia andare almeno tutta la prima parte è abbastanza trascinante. Poi qualcosa si inceppa, e il ritmo perde colpi, per cercare di riprendersi sul lungo finale a Istanbul dove la confusione fa rima con action, e viceversa.

A ben vedere, quindi, Inferno è sotto sotto, ma anche sopra sopra, l’ennesima conferma di come molto cinema americano di oggi funzioni e sia vincente più per l’insuperabile battage pubblicitario e mediatico che non per la qualità del prodotto filmico. Ma il cinema, si sa, è un’arte. Che è anche arte di vendere. Da questo punto di vista, caro Inferno, chapeau!

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