La classe operaia va in paradiso: il teatro real-politic di Longhi e Guanciale

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la classe operaia va in paradisoUn muro. Simbolo di costruzione, di azione, di protezione, ma anche di costrizione, da abbattere verso la libertà, la rivoluzione. E dietro il muro, cosa c’è? Cosa c’è dietro un tabù come quello del lavoro, di cui tanto oggi la politica si riempie la bocca ma non parla davvero? Dietro c’è la nebbia, fumo candido, che odora di chiuso, quasi di bruciato, o di paradiso, di liberazione? La versione teatrale del film La classe operaia va in paradiso di Elio Petri, per la regia di Claudio Longhi, cerca di abbattere il muro, a volte invisibile, altre fin troppo tangibile, del concetto (o diritto?) fondante la Costituzione Italiana: il lavoro.

La classe operaia va in paradiso in versione teatrale non è il calco dell’opera cinematografica. Inutile, rischioso, pretenzioso riproporre il film a teatro. Claudio Longhi, insieme a Lino Guanciale, struttura una pièce ben scritta, stratificata, a due, tre o addirittura quattro livelli. Ciascuno può vederci quelli che più ritiene idonei e imperanti, tanto duttile e per niente monolitica è l’opera. Un po’ come un muro o una strada ben costruita, ha più strati che, nonostante certi tratti impervi, la rendono agile e sicura. Anche se l’opera messa in scena da Longhi, e va detto, è tutt’altro che agile. Ma profonda sì, riuscendo ad attecchire sullo spettatore proprio grazie all’alternanza e la convivenza di più tracce: il film di Petri e Pirro, la sua genesi, la ricezione che ne ebbe il pubblico nei turbolenti anni Settanta, la realtà di oggi. Simpatici e sagaci i brevi passaggi nell’epoca odierna, quell’oggi così lontano e così vicino, così simile e così diverso dai tempi in cui la parola operaio, che riguardava in determinato settore e “mestiere”, non era stata (ancora) rimpiazzata come è oggi da “precario”, la quale riguarda più di una generazione sull’orlo di una crisi di nervi.

Il risultato è un’opera a 360 gradi, come anche palesano le tante scene in platea (stempera ma fa riflettere il narratore/cantastorie dal vago gusto shakespeariano; spiazza il dibattito del cineforum). La classe operaia va in paradiso a teatro vuole arrivare a tutti, fin giù alle poltroncine di chi non può più guardare ma in qualche modo (deve) partecipare, o almeno essere coinvolto più a pelle dalla situazione. La pièce vuole riattivarci il cervello, vuole dare la scintilla (negli occhi) che un tempo attizzava il fuoco della rivoluzione. Ma oggi i tempi sono cambiati, quindi lo sforzo è vano? È pura utopia? Beh, viviamo di utopie. E in fin dei conti anche quel paradiso a cui aspira Lulu Massa, come tutti noi, cos’altro è?

Dieci attori interpretano ciascuno più ruoli capitanati dal bravo Lino Guanciale, capace di passare, tramite tutto un gioco di voce e di corpo, dall’assatanato Lulu al rassegnato comune lavoratore di oggi, dalla finzione alla realtà, dalla maschera all’uomo dietro la maschera. Le scene di Guia Buzzi, allo stesso tempo scarne e imponenti, comprimono la realtà e la società in una fabbrica, anzi su un nastro trasportatore dove passa la vita, dai cigolanti macchinari ad uno sfatto divano ad un esile televisore. La vita passa su quel nastro come a dirci: lavoriamo per vivere o viviamo per lavorare? La riflessione, mai chiusa, è ri-aperta. E un teatro civile, politico e meta-linguistico come questo, con echi brechtiani e di vecchia/nuova avanguardia, vivaddio faticoso e impegnativo per il troppo spesso anestetizzato spettatore di oggi, non sa sciogliere il dubbio se la classe operaia sia andata o meno in paradiso, ma di certo ha rioccupato i teatri, proprio come accadeva cinquant’anni fa.

[visto al Teatro della Pergola di Firenze]

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