La famiglia Belier: la fonetica dei sentimenti.

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La-Famiglia-BelierIl cinema francese è una vera fucina di commedie semplici, deliziose, sfiziose, dove tutto quadra, dove tutto è in gran parte prevedibile dopo una manciata di minuti.

Su tutte il memorabile Quasi amici, diventato il secondo film francese di maggior successo di tutti i tempi (dopo Giù al nord del 2008), ma anche Cena tra amici (tanto che Francesca Archibugi ne ha fatto una sorta di remake con Il nome del figlio), le piccole bugie tra amici di Barbecue, il cioccolatoso e delizioso Emotivi anonimi, il teatrale e stravagante Tutto sua madre di Guillaume Gallienne.

La famiglia Belier è un nuovo tassello in questo filone amatissimo in patria e molto apprezzato anche all’estero. Con oltre 7 milioni di spettatori in Francia, La famiglia Belier è arrivato sul mercato internazionale caricatissimo. E il successo continua. Meritatamente.

La famiglia Belier, come tutti gli altri film citati, testimonia il potere di una buona idea sul grande schermo. In questo caso è la giovane “normo-dotata” in una famiglia di sordomuti, dove la “normalità” si fa diversità, dove il diversamente abile per una volta non è l’anomalia. Paula (Louane Emera) si sente in un certo senso discriminata, sebbene sia lei il “ponte” verso la società per una famiglia che altrimenti ne rimarrebbe letteralmente isolata. In una famiglia che non parla e non ci sente, Paula ha un dono: sa cantare, ha una voce meravigliosa. Cresciuta in un piccolo mondo di provincia, di campagna, di gente semplice (che come dimostra il finale quasi si annusa come bestie per riconoscersi e comunicare), che vive del lavoro di quelle mani che non solo permettono loro di vivere, ma anche di comunicare. Ma dal lavoro manuale si passa all’arte, al canto. Si sale di un gradino, pur lasciando un aura di nobiltà sia in quello che si lascia sia in quello che si trova.

C’è quindi un’idea forte, che genera una tematica di sicuro interesse, incorniciata poi nel più classico coming of age che difficilmente delude. Romanzo di formazione che traina con sé i topics dell’educazione, del passaggio all’adolescenza e all’età adulta, dell’emersione e la valorizzazione dei talenti nascosti in ognuno di noi (da questo punto di vista interessante notare come il cinema francese abbia saputo usare e utilizzare al meglio Louane Emera, ex concorrente dell’edizione francese di The Voice). Ma anche i temi del distacco e del lib(e)rarsi (in volo) verso il proprio destino, verso il compimento del proprio percorso di vita, ringraziando e salutando i genitori.

Eric Lartigau condisce poi la sua bella commedia corale con tanta musica e tante canzoni, tutte impregnate del più neomelodico gusto francesino e da quella tendenza (tipica del cinema d’Oltralpe) di riproporci strofe e ritornelli più e più volte, fino quasi allo sfinimento. Canzoni che, è quasi inutile dirlo, incarnano il fine ultimo della vicenda e il suo inevitabile e volontariamente prevedibile esito finale (“Cari genitori, vado via. Vi voglio bene ma vado via. Non scappo, volo via, cercate di capire, volo via” canta Paula, fino a farci commuovere).

Lartigau affida quindi questo “indotto” cinematografico ad un gruppo di attori straordinari. Oltre alla già citata e bravissima protagonista, eccellono Karin Viard e François Damiens nel ruolo dei due genitori, affiancati da Eric Elmosnino nel ruolo del talent-scout e la simpatica e fresca prova di Roxane Duran (17 ragazze). Ma a Lartigau non interessa approfondire troppo le psicologie dei personaggi affidati a questo ottimo cast, né condurre in porto tutti i fili della trama (cade un po’ nel dimenticatoio quello della candidatura del padre a sindaco del paese). Al regista francese, proprio come il linguaggio dei segni che è allo stesso tempo così “povero” e così incisivo, interessa (e ci riesce!) parlare al cuore dello spettatore, compiendo una fonetica dei sentimenti.

Tanta semplicità, dunque ne La famiglia Belier. Che però non rinuncia ad uno sguardo omaggistico verso il grande cinema francese, con quella corsa finale di Paula che tanto ricorda quella di Antoine Doinel (Jean-Pierre Léaud) nei Quattrocento colpi di Truffaut.

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