La macchinazione: in morte del profeta Pasolini

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la macchinazione“In verità vi dico che uno di voi mi tradirà. Colui che ha intinto con me la mano nel piatto mi tradirà”. C’è qualcosa di cristologico nel Pasolini interpretato da Massimo Ranieri nell’atteso La macchinazione di David Grieco. Ed è chiaro sin dai titoli d’inizio, da quello schizzo/affresco a carboncino di una feroce fustigazione ai danni di una vittima appesa a testa in giù, sostenuto da una sdegnata e solenne musica da chiesa, poi soccorsa dalla batteria dei Pink Floyd.

Pasolini sa e sente che la fine è vicina, in un tenero e protettivo abbraccio confessa alla madre che Pino Pelosi è (un) innocente, ma sa che lo tradirà. Poco dopo, quando il branco inizia a pestarlo, invocherà tre volte il soccorso della madre. “Mamma!” esclama ai tre calci consecutivi sferrati dai suoi assassini. Tre volte come i canti del gallo che introducono al tradimento dell’apostolo Pietro, tre volte come le preghiere pronunciate da Cristo sulla Croce prima di spirare. Insomma, Pasolini come un profeta di ieri e di oggi, un messia come non ce ne sono più, un veggente della tragica situazione della società odierna.

La macchinazione di David Grieco è un film che attendevamo da tempo, a lungo osteggiato, procrastinato, bloccato, come se il fantasma di Pasolini, di cui Grieco è stato assistente in gioventù, tormentasse il suo film come fosse un nuovo La ricotta o soprattutto un nuovo Salò.

La macchinazione è un film che vuole parlare, confessare, urlare, ma la voce rimane un po’ fioca, rappresa in gola. Vorrebbe essere un film necessario, nato dall’esigenza di un singolo, Grieco, che interpreta quella di un popolo e una nazione privati di verità troppo a lungo taciute. Ma il risultato non ha l’irruenza, pur secca, di un film necessario. Duole dirlo, ma La macchinazione soffre un po’ degli stessi difetti di Diaz di Vicari: un tema troppo importante e troppo scottante per un regista al quale manca qualcosa. Premesso che il cinema, come la Storia, non si fa coi se e coi ma, forse però un Marco Tullio Giordana, dopo lo sferzante Romanzo di una strage, sarebbe potuto riuscire nell’impresa.

Certo Grieco ha il coraggio di tentare una stratificata ricostruzione dei fatti che portarono alla morte di Pasolini. Ha detto lo stesso Grieco: “Le verità ipotetiche sulla morte di Pasolini che circolano da anni sono tante. Pasolini è stato ucciso da Pelosi che ha fatto prima da informatore per il furto delle bobine di Salò e poi da esca per l’agguato all’Idroscalo. Pasolini è stato assassinato dalla famigerata Banda della Magliana. Pasolini è stato eliminato su ordine di Eugenio Cefis. La macchinazione sposa tutte queste ipotesi intrecciandole in un ordito semplice e verosimile. Perché c’è del vero in ognuna di queste tesi. Una verità sepolta sotto tante verità”. Sul grande schermo, quindi, il sottile e torbido gioco di ingranaggi che si azionarono, uno dopo l’altro, dalle alte sfere fino alle più terrene (incarnate da Pelosi), col fine di eliminare lo scomodo Pasolini. Onore al merito di Grieco, dunque, per averci proposto una verità riassuntiva di molteplici verità. In un tempo e in un Paese in cui il taciuto domina sul detto, quantomeno Grieco cristallizza in un film una verità che pesca in più versioni della stessa. E più di così non poteva fare.

A livello filmico, non convince pienamente lo stile recitativo adottato. I ragazzi di vita della borgata romana, così come i folli omicidi, si tingono di un’aria tendente al caricaturale, che calca la mano sul troppo coatto e troppo romanaccio, tanto da stonarci nella testa se ripensiamo alla terrosa e dignitosa genuinità degli accattoni e dei padri Roma di PPP. Conseguenza: il livello rimane un po’ quello da curata fiction televisiva. Anche se è da apprezzare il lavoro di (s)coloritura dell’immagine come fosse un negativo di pellicola.
Buona la prova di Massimo Ranieri (la cui somiglianza con Pasolini ha dell’incredibile), capace nel contenere il suo istrionismo da eterno scugnizzo a favore di un’asciuttezza che dà il tempo di riflettere su quel buio 2 novembre 1975.

2 commenti

  • A proposito di recitazione, sembra che Massimo Ranieri (in questo caso particolarmente bisognoso di un “dialect coach”) sia costantemente impegnato a recitare Massimo Ranieri, con affettazione melodrammatica del tutto estranea al modo di parlare di PPP.
    Al recensore va comunque riconosciuta una giusta dose di onestà, magari da corroborare con maggiore “spietatezza”. Per altro, non si contano in rete i vuoti panegirici sull’ennesimo santino fictionale.
    Grazie per l’ospitalità e un cordiale saluto.

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