La prima linea: una fuga d’amore e terrorismo

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la-prima-lineaCorreva l’anno 2003 quando Marco Bellocchio scioccò il cinema italiano con Buongiorno, notte, nel quale narrava il caso Moro prendendo il punto di vista dei brigatisti, in particolare di Anna Laura Braghetti, al cui libro Il prigioniero s’ispirò per sceneggiare il film. Nello stesso filone, allo stesso tempo impegnativo ed esposto a polemiche, s’inserisce La prima linea di Renato De Maria che, ispirandosi liberamente al libro Miccia corta di Sergio Segio, ripercorre gli anni salienti del noto gruppo armato degli anni Settanta e narra della fuga dal carcere dell’amata e compagna (di fatto e in “politichese”) di Segio, Susanna Ronconi.

A lungo osteggiato per i suoi contenuti non politicamente corretti, alla prova dei fatti La prima linea ha davvero miccia corta per insensate diatribe a priori dalle gambe corte. Renato De Maria realizza un buon film, lontano dall’apologia del criminale che molti temettero e millantarono nei mesi precedenti l’uscita in sala. De Maria ci racconta un pezzo di Storia italiana e di un amore destinato a non durare. Parte dall’arresto di Segio (Riccardo Scamarcio) e fa un salto indietro, ripercorrendo i tumulti e i crimini commessi da Prima Linea. Più ci si avvicina al carcere di Rovigo dove è detenuta la Ronconi (Giovanna Mezzogiorno), più vediamo il disfacimento dell’ideologia di un gruppo armato che il mondo operaio non seguì, prima linea di un esercito inesistente alle sue spalle.

De Maria non enfatizza i fatti e i suoi militanti non appaiono come eroi. Non cede mai all’action, neppure nello scontro armato finale. La tensione non raggiunge mai picchi, ma si mantiene costante e vibrante per tutta la durata del film. Ci restituisce così questa vicenda, pubblica e privata, con estrema asciuttezza, come un telegramma clandestino o un’ammissione di reato. E anche nella sequenza conclusiva, nella quale Segio/Scamarcio ammette le proprie responsabilità giudiziarie, politiche e morali, non mostra la fierezza del combattente ma il suo algido disincanto, di chi non cerca il perdono né la redenzione, ma ammette il naufragio di una “fede” che non creò proseliti ma solo morti. “È giusto per un mondo migliore rinunciare alla propria umanità?” si chiede Segio. La risposta è no. L’ideologia lo ha condotto a perdere tutto, pure l’amore, un amore vissuto in segretezza e illegalità, di due fantasmi più che di due innamorati.

Una volta tanto bravi i due protagonisti: Riccardo Scamarcio e Giovanna Mezzogiorno. Lui, sguardo di ghiaccio e faccia di bronzo, tiene in pugno il suo personaggio con una performance credibile, efficace, con poche sbavature. Lei, ben guidata da De Maria, mette da parte i toni urlati e ultra-enfatici di altri film precedenti, consegnandoci una performance silenziosa e tormentata.

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