La ruota delle meraviglie: tragi-commedia (greca) a Coney Island

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La ruota delle meraviglieQuarantanovesimo film di Woody Allen (praticamente uno all’anno da quel lontano esordio nel 1966 con Che fai, rubi?), La ruota delle meraviglie è l’ennesimo frutto dell’(in)esauribile verve creativa dello sceneggiatore e regista newyorkese. Come già in passato, si ha l’impressione d’assistere alla visione di uno spin-off germinato dalla battuta fuggitiva o da un flebile accenno disperso in un qualche film precedente. Allen pesca e ripesca nel passato, nel già detto e nel già scritto, dandogli forma in un nuovo girato, in nuovi film da consegnare al suo instancabile e affezionatissimo pubblico come continue nuove storie della buonanotte dal sapore più o meno filosofico, stavolta con poco spasso e più isterismo.

La ruota delle meraviglie ha dentro i soliti uomini e le solite donne di quasi tutti i film (almeno non prettamente drammatici) di Allen. Donne insoddisfatte, con un’emicrania sempre da curare, un’ansia da dominare, una vita che non è quella desiderata in gioventù. Uomini scorbutici, con un occhio in più per la figlia che non la moglie, un’agitazione vitale da placare con bottigliette di cognac. Niente di nuovo sotto al sole. Di Coney Island, da sempre l’assolata e magica penisola tutta spiagge e luna park a sud di Brooklyn, dove Allen è nato (quindi ci è cresciuto, la conosce come le sue tasche, anche in odori e colori di ieri e di oggi). La ruota delle meraviglie è una love story da quattro soldi con parziale intreccio degli equivoci che trae forza e fascino da due punti cruciali, che dettano il respiro costante e sicuro di tutto il film: l’ambientazione anni Cinquanta e la fotografia di Vittorio Storaro (che torna al fianco di Allen dopo Cafè Society).

È il vintage la carta vincente di un drammetto che fatica a strappare qualche risata intorno alla solite fisse di Allen su medicinali, gangster, ebrei (poco pervenuti a dire il vero stavolta). Ombrelloni colorati, costumi da bagno a righe, giostre luccicanti e qualche bel tramonto al chiaro di luna. L’odore di popcorn, di zucchero filato, di quel piccolo mondo antico che, pur finito da anni nel formato ristretto di una cartolina, ancora non ne vuole sapere di finire nel cassetto della nostra memoria e del nostro più sognante immaginario. L’apporto di Vittorio Storaro è pari, se non superiore, a quello di Woody Allen. È la sua fotografia a rendere tutto speciale, godibile, a tratti ipnoticamente godurioso, come immerso in un’ambra che rende d’oro tutto, a partire dai boccoli di Kate Winslet, come in un’enorme caramella al miele che cerca di addolcire i dolori della protagonista, di una vita da cameriera dalle belle speranze di carriera teatrale mai sbocciata né colta a dovere.

Woody Allen non c’è in scena ne La ruota delle meraviglie, come accade in gran parte dei suoi film degli anni Duemila. Non c’è, ma c’è. E ci riesce “trasferendosi” nel personaggio, che è narratore e alter-ego, interpretato da Justin Timberlake. Convincente e marpione, ci guida nella storia, cercando di rivestirla, sin dalle denunciate premesse iniziali, di dramma con toni melodrammatici. C’è del teatrale, ma è dichiarato. E questo basta per inquadrare La ruota delle meraviglie come una sorta di piccola tragi-commedia greca, senza morti ma con più di un ferito nell’anima, tra edipi ribaltati e amleti in cerca di sé, nei fiorenti anni Cinquanta di una New York davvero senza tempo.

Bravissimo e assolutamente in parte Jim Belushi, piacevole Juno Temple nel ruolo facile della sciacquetta sempliciotta. Infine, per chiudere, due parole su Kate Winslet. Che dire, grande attrice, lo sapevamo e lo conferma anche ne La ruota delle meraviglie, abilissima nel tenere scisse le figure di attrice e personaggio, sempre l’una nell’altra, ma anche sempre con un passo fuori dalla porta. Evitandoci quell’isteria urticante alla quale invece non era riuscita a sfuggire l’altra grande Cate di Hollywood, la Blanchett, nell’ipocondriaco e ridondante Blue Jasmine.

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