La spia: the most wanted man era Philip Seymour Hoffman

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la-spiaÈ praticamente impossibile parlare de La spia (A most wanted man) di Anton Corbijn senza pensare al fatto che è stata l’ultima (grande) interpretazione di Philip Seymour Hoffman.

Una performance da grandissimo attore, mai sopra le righe, una recitazione spessa ma tenuta sottotraccia, placata e ponderata, così genuina da parere a tratti cialtrona. Una prova che deflagra nella sequenza finale in cui, dopo aver dato libero sfogo alla rabbia e alla frustrazione, torna a (rin)chiudersi in sé, nella propria solitudine, andandosene a bordo di una fida Mercedes. Poi accosta, scende dall’auto, e la macchina da presa da dentro lo osserva camminare via, in uno scorciato campolungo, fino ad uscire fuoricampo. È la definitiva, crepuscolare, sentita ma non urlata uscita di scena di un attore come non se ne fanno più, un vero non plus ultra che ha conquistato il cinema americano e non solo. A ben vedere, col senno di poi, è un finale dal sapore ironico, quasi beffardo, nel quale, anche non volendo, si è lasciata a lui tutta la lunga chiusura del film, a lui che era il vero most wanted man del cinema degli anni Duemila.

È un’ultima apparizione in cui, allo stesso tempo, Philip Seymour Hoffman è divo e anti-divo, con quella sigaretta sempre accesa tra le dita come Humphrey Bogart, ma non bello come i divi di un tempo, anzi sformato nel fisico, ma non nella maestria con cui sapeva stare nel quadro filmico.

In uno spy thriller dove il pesce più grande mangia sempre il pesce più piccolo, nell’affollato acquario delle celebrità lui è riuscito a non farsi mangiare mai, anzi ad emergere dall’acqua. Non fa insomma la fine del suo bellissimo ultimo personaggio, Gunther Bachmann, che però si rifugia nei vizi dell’alcol e della solitudine, un po’ come fece lui al chiuso del suo appartamento newyorkese dove i fumi di un’overdose di droga lo hanno portato via a soli 46 anni. Anche in questo, nella giovane età di una morte prematura, è un (anti)divo.

Provando a dire qualcosa anche sul film di Anton Corbijn, La spia è una spy story atipica. Non c’è un colpo di pistola, non c’è un inseguimento, non c’è un morto. C’è però una grande sceneggiatura, di Andrew Bovell, capace di tenere sulle spine col solo potere della parola e di un montaggio che non perde mai terreno. Rispetto al cugino La talpa di Tomas Alfredson, anch’esso tratto dalla mirabile penna di John Le Carré, l’intreccio è meno intricato, l’attesa meno rarefatta, ma l’atmosfera livida, umida, notturna è la stessa. La spia non è un thriller che non fa saltare sulla sedia, ma ci fa mettere comodi comodi, quasi con fare intellettuale, alla ricerca, o quantomeno l’intuizione, di come andrà a finire questo intreccio di pesciolini, barracuda e pescecani. Günther Bachmann non riesce a rendere il mondo un posto più sicuro. Hoffman ha però senza dubbio reso il cinema un posto più bello.

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