Un mondo fragile (La tierra y la sombra): la recensione

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Premio Camera d’Or al Festival di Cannes 2015, Un mondo fragile (La tierra y la sombra) del colombiano Cesare Augusto Acevedo è un film che sfida i confini del quadro filmico, la restrizione delle due dimensioni. Ma non lo fa ricorrendo al 3D, bensì comprendendo a pieno il potere e il potenziale del 2D, ponendo la macchina da presa in posizioni tali da farci quasi percepire lo sfondamento dello schermo.

Un-mondo-fragile-La-tierra-y-la-sombraDa Hugo Cabret di Scorsese in poi si è capito che il 3D funziona solo con piccoli elementi al vento, ad esempio la neve, la polvere, il pulviscolo del fuoco, ecc. Ecco, Un mondo fragile (La tierra y la sombra) pur non ricorrendo al 3D, sembra cosciente di ciò e ci pone controvento sin dalla primissima abbagliante sequenza: un uomo cammina su una strada sterrata e polverosa, mentre alle sue spalle sta arrivando un camion; l’uomo, per ripararsi, si nasconde nel canneto che costeggia la strada, mentre la macchina da presa, ossia lo spettatore, rimane lì, ferma, per finire sommersa da uno tsunami di polvere che satura l’intera inquadratura. Un mondo fragile (La tierra y la sombra)  è un film che toglie il fiato, che chiude i polmoni, che ottenebra le nostre vie respiratorie in una regione colombiana dove gli incendi di enormi campi di canna da zucchero spargono ogni giorno piogge di cenere sulle case circostanti, compromettendo fatalmente la vita degli abitanti e dei braccianti.

Un mondo fragile (La tierra y la sombra) è un film claustrofobico sia a livello filmico (molte le sequenze che si svolgono in interni ombrosi) sia a livello contenutistico (c’è un giovane padre di famiglia moribondo, una famiglia che collassa, una vita invivibile). Un film al quale la regia di Acevedo concede poco respiro, con movimenti di macchina ridotti all’essenziale, a seguire per lo più con belle carrellate gli spostamenti dei personaggi. Non un respiro affannato né affannoso, ma certamente sotto il normale battito cardiaco.

Un mondo fragile (La tierra y la sombra) è un film di volti, corpi, sguardi, dotati di un’intensità rara e dolente, solcati e incisi da una fotografia che ne mette in luce tutta la sofferenza, la dignità, la bellezza, riecheggiando gli scatti di Sebastiao Salgado. Una fotografia che sorregge con forza tutto il film, abile ed espressiva sia nel confrontarsi con gli interni bui sia con gli esterni soleggiati, quadri realisti che (di)stillano umanità e immobilismo.

Pregevole la scena del nonno che cerca di riparare il gelato del nipotino dalla polvere sollevata dal solito autocarro di passaggio.

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