La vita di Adele: amore e carne nel capolavoro di Abdellatif Kechiche

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La-Vita-di-AdeleAlla domanda “Come stai?”, nella prima parte del film, Adele schiva la risposta con un “E tu?”. E’ ancora una bambina, non sa bene cosa prova, cosa vuole, chi è. Lascia la domanda insoluta come in attesa di una svolta che possa permetterle di rispondere con pienezza. Alla fine del film, tra quadri che la ritraggono nuda e divina e un bicchiere di champagne mandato giù a singhiozzo, a Salim che le pone la stessa domanda risponde “Bene!”. Adele ora è una donna che conosce se stessa dopo aver attraversato il paradiso e l’inferno di un amore indimenticabile e doloroso. La sua personale storia di formazione è compiuta, il cerchio è chiuso. Struttura filmica circolare palesata anche dalle sequenze d’apertura e di chiusura: nella prima, Adele, ancora liceale, esce di casa di fretta, arruffata, e sculettando si strattona su i jeans come a voler mettere bene in vista, ma con un gesto mascolino, le proprie forme, e poi corre a perdifiato verso un bus che ogni mattina rischia di perdere; nella seconda, Adele, borsetta sotto braccio, se ne va di spalle lungo un marciapiede infinito, come una donna con tutta la vita davanti, cosciente della propria sensualità, e non porta più i pantaloni ma una gonna corta che mostra tutta la sua, seppur omosessuale, femminilità.

La vita di Adele di Abdellatif Kechiche, Palma d’Oro all’ultimo festival di Cannes, è una pregevole parabola sullo sviluppo dell’indole sessuale che, in Adele come in ciascuno di noi, è spartiacque fra l’adolescenza e l’età adulta. La crescita fisica, estetica, caratteriale e psicologica della protagonista scorrono sul grande schermo con ineffabile naturalezza, coinvolgendoci come raramente capita al cinema. Il primo amore e i primi approcci, l’invaghimento e la gelosia, l’errore e il perdono s’inseguono e susseguono in una love story lesbo dal valore universale. E’ la vie, d’Adèle, ma è la vie.

Il regista di Venere nera punta con spudoratezza e poesia la macchina da presa sui suoi personaggi, sui loro volti e corpi, fino ad indagare l’emozione nascosta dietro la pieghe di un sorriso, l’estasi di uno sguardo innamorato, la piccola crepa di un morso sulle labbra. Kechiche va sotto pelle e tira fuori l’incommensurabilità dei sentimenti umani. Primissimi piani in abbondanza per Adèle Exarchopoulos, guanciotte paffute e denti da coniglietto, occhioni da cerbiatto e bocca pronunciata. Un personaggio tenerissimo, del quale ci si può solo innamorare, impersonato da un’attrice che, a soli 19 anni, sprigiona una spontaneità recitativa che a più riprese commuove. Lacrime a dirotto e rigagnoli di moccio dal naso si mischiano in una prova dolce e salata che lascia senza parole. Al suo fianco Léa Seydoux, angelo ribelle dai capelli blu, un po’ macchietta manga un po’ David Bowie al femminile, in una prova attoriale più eterea della compagna ma altrettanto sentita, che sa condividere il palco con Adèle senza rubarle il primo piano e gli applausi.

La-vita-di-Adele2L’occhio di Kechiche rimane sentimentale e anche l’ormai famosa, polemizzata e lunga scena di sesso tra Adele e Emma non crea scandalo. Certo è da bollino rosso, Kechiche non sconta niente in merito a particolari intimi. Ma nella violenza intrinseca dell’amplesso non c’è ombra di morbosità, ma solo l’evidenza di un sano sentimento d’amore che desidera d’essere consumato con voracità, proprio come Adele s’ingozza dei prelibati spaghetti alla bolognese del papà.

Ma a ben vedere La vita di Adele è un’opera d’arte totale. Kechiche guarda alla letteratura, alla pittura, alla scultura, al cinema degli anni Venti. La scoperta dell’amore e del sesso per Adele avvengono come per quella Marianne la cui vie viene raccontata in un celebre romanzo di Marivaux. La fisicità delle due protagoniste è limpida e delicata come quella di marmoree statue da museo neoclassico, romantica e avvinghiata come quella posseduta dagli amanti di Klimt, mai scomposta o diabolica come nelle folli rappresentazioni di Egon Schiele. Ma c’è ampio spazio anche per citare e mostrare Lulu – Il vaso di pandora (1929) di Pabst, che, non a caso, raccontava anch’esso di una passione a dir poco tormentata.

Insomma, La vita di Adele è un grandissimo film, di quelli che si fanno ancor più belli nella nostra mente nei giorni successivi alla visione, che sa farsi ricordare per la completezza e la compiutezza resa on screen al sentimento amoroso. Raramente il cinema si è avvicinato così tanto alla realtà.

5 commenti

  • Vero, Tommaso, tutto vero. Però è troppo lungo, troppo insistito. Sconfina nel morboso e nel noioso (alla fine delle tre ore). Per me è un quasi capolavoro.

    • Che sia lungo non c’è dubbio. Ma non c’è neppure una sequenza superflua. Tutto è funzionale alla storia raccontata, al far emergere la tempesta di emozioni che Adele prova nel scoprire la sua sessualità, tra sesso e riflessione. Ad es. anche la scena del ballo in giardino alla festicciola è prolissa, ma serve a farci capire come Adele stia diventando donna, consapevole del proprio corpo.
      Non sono quindi d’accordo né sul noioso, né sul morboso. Non vorrei tu avessi visto il film con l’ottica sbagliata. Kechiche va visto senza pensare, senza preconcetti, pronti a lasciarsi inondare da ciò che vuole (e ci riesce benissimo!) raccontare.

  • Io non avrei tagliato niente, ma se avessi dovuto proprio limare avrei rimosso le scene “meet the parents”, che contribuivano poco allo sviluppo della vicenda. http://gynepraio.com/2013/10/28/la-vita-di-adele/

  • Ciao, preferisco rispondere qui. Twitter è divertente ma in 140 caratteri argomentare in molte occasioni è impossibile.
    Oltretutto la recensione mi è stata consigliata da calassina e pertanto è diventata imperdibile!
    Bando alle ciance sono d’accordissimo con la tua chiusura, raramente il cinema si è avvicinato così tanto alla realtà e in questo senso si spiegano tutte le lunghe scene del film: la scuola, il bar gay, il sesso, le cene con i genitori, le feste con gli amici, l’asilo e, proprio come dici tu con il cerchio che si chiude, nuovamente la scuola con la lettura in classe di un libro.
    Questo filmare così insistito momenti gradevoli, sgradevoli, routinari o straordinari della vita di una persona aiuta moltissimo a identificarsi con lei.
    E infatti la storia di Adele è anche la storia di molti (chiunque?) di noi.

    SPOILER

    SPOILER

    La scuola, pranzi in famiglia tutti uguali, la scoperta del sesso, la prima volta che si tronca una storia, il grande amore, le cazzate che si fanno anche per la voglia di vedere cosa altro c’è, l’accettare la fine di un grande amore. Insomma Kechiche filma in maniera straordinaria e le attrici lo seguono in tutto e per tutto.
    Diciamo che si potrebbe dividere il film i tre tronconi. Scoperta, sviluppo e fine dell’amore fra Adele e Emma. Ecco mentre nei primi due i tempi anche se dilatati fanno seguire il film più che bene nell’ultimo le scene nella scuola materna mi hanno un po’ fatto cadere il latte alle ginocchia.
    Vero, fa vedere che Adele sappia riconoscere i diversi tipi di affetti, ma questo non è mai un dubbio per lo spettatore. Io più che altro l’ho visto appunto come ancora la realtà filmata – magistralmente – ma di cui ormai si poteva fare a meno per concludere.
    Poi è ovvio filmone. Ma se fosse stato 20 minuti più breve davvero sarebbe diventato imprescindibile.

  • Ciao.
    Ho visto il film solo ieri sera. Bellissima la scoperta del sentimento da parte di Adele e, soprattutto, bellissima lei. Però, oltre all’aspetto sentimentale, tutta la cultura di cui parli, non si vede. Un discorso sconnesso su Klimt vs Schiele, il libro che leggono in classe, un accenno a Picasso.
    Però si sente il respiro di Adele: ci ritroviamo, davanti a questi discorsi, totalmente fuori ed estranei, proprio come lo è lei. Stessa cosa nelle passioni: soffriamo e godiamo con lei.
    Questi credo sia la potenza del film, il punto di vista strettamente legato alle passioni di Adele, come ci dice, infatti, il titolo.

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