L’arte di vincere: il fuoricampo di Bennett Miller

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moneyball-bennett-millerBaseball fortissimamente baseball. E a poco serve la frase ad effetto più volte pronunciata da Brad Pitt: “Come si fa a non essere romantici col baseball”. L’arte di vincere non è romantico. Bennett Miller non è romantico. Magari permea alcune sequenze con una nebbiolina nostalgica, sospesa, di sguardi rivolti verso il passato (di Billy Beane). Ma non è romantico.

L’arte di vincere è un film sullo sport più amato d’America che rimane ancorato al green, a terra e polvere, al sudore degli spogliatoi/topaia e allo scocco della ball sul legno levigato della mazza, al risultato utile e allo scambio di mercato. Non c’è mielismo neppure nel finale o nel raccontare il rapporto di Billy con la figlia. Ed è questo non-romanticismo che rende magica la pellicola di Miller.

L’arte di vincere è un film che non ha fretta di correre da una base all’altra, ma santifica l’attesa, se la gode, ci s’adagia. E’ un film introspettivo, che si prende i suoi tempi per condurci nell’essenza del baseball tramite un personaggio straordinario tanto quanto una sceneggiatura (stesa dal divino Aaron Sorkin, lo stesso di The Social Network, e l’aura di fondo è esattamente la stessa) che sa far scaturire riflessione e divertimento. Dialoghi secchi e ricchi di frasi sentenza compiacciono lo spettatore, compensando quell’abbondanza di termini  sportivi specialistici non conosciuti dalla maggioranza di chi guarda.

Bennett Miller sa il fatto suo e fa di una determinata scelta registica il veicolo pluri-contenutistico del film. Qual è l’ostentata scelta registica? I numeri, le percentuali, i dati luccicanti del computer inquadrati con un’ottica così ravvicinata da farla corrispondere a quella dei megaschermi da stadio. Le cifre, la scienza, la logica, si sovrappongono all’agonismo, il tifo, il cuore. Tramite questo semplice ma importante espediente “tecnico” Miller ci conduce a zonzo, e senza una soluzione definitiva, attraverso i fattori che regolano il baseball: preparazione atletica, casualità, fortuna, calcolo, strategia, denaro. Riflessioni, quelle sul denaro nel baseball, che possiamo traspositare pari pari al nostro sport nazionale: il calcio. Il valore di un giocatore è quantificato dalla quota del suo ingaggio o da quello che “produce” in campo? E i due fattori vanno a braccetto? Ma l’analisi è così composita e capillare che Miller non dimentica neppure il peso della critica sportiva.

Pilastri di questo piccolo gioiello sono Brad Pitt e Jonah Hill.
Brad Pitt ha il fascino del Jerry Maguire di Tom Cruise. Fisicamente è ancora in forma, una biga che ci tiene a mostrarsi figo con la catenina che spunta dalla magliettina sportiva. Ma anche non si vergogna di mostrare i segni dell’età (è alla soglia dei 50 anni!): qualche rughetta, pelle provata, occhiaie più pronunciate, mascellone (evidente ma meno pronunciato che in The Tree of Life), zigomo più scavato. Billy Beane è il ruolo cinematografico che lo fa scendere dal podio del dio Divo e lo fa atterrare tra gli umani. Ed ha solo da guadagnarci. Manca inoltre lo smalto da splendido friend of George Clooney della saga incentrata su Daniel Ocean.
Jonah Hill interpreta Peter Brand, un Mark Zuckerberg fat e occhialuto, il John Nash (A beautiful mind) del baseball. Una performance che si fa sentire, pur non rubando spazio al suo compare.

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