Le confessioni: segreti (e scherzi) da prete

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le confessioni toni servilloCi sono segreti inconfessabili. Segreti (e verità) da portare nella tomba. Ci sono segreti che, forse, non si possono confessare neppure ad un sacerdote. Pur coscienti del segreto della confessione, garanzia di riserbo assoluto, come un muro invalicabile, una cassaforte senza chiave. Ma in cassaforte, come in banca, forse non sempre conviene mettere tutto. Talvolta è meglio tenere qualcosa sotto il materasso, o addosso, da porta via con sé nei secoli dei secoli. Amen.

Le confessioni di Roberto Andò è un film sibillino, affascinante quanto sfuggente. È proprio come una confessione, ma interrotta sul più bello, monca della verità, della rivelazione. E proprio come la dichiarazione ad un sacerdote di ferro, Le confessioni nasconde un segreto, anzi rimane un segreto. Che non viene rivelato, tantomeno allo spettatore.

Le confessioni di Andò è un’opera mistica e metafisica, un po’ come la religione: non tutto si può capire, ciò nonostante ci crediamo. Come crediamo alle favole. E il paragone non è casuale. Perché a ben vedere Le confessioni suona un può come una fiaba, una storiellina di fantasia che però, di dritto o di rovescio, racconta tanto della realtà. È quindi un po’ una sorta di grande bluff. Come quello che i politici tendono continuamente al popolo, come quello che si gioca ad un tavolo di Stato come ad un tavolo da poker, come quello che il serafico monaco interpretato da Servillo tende ai potenti della terra. Si fa credere di avere in mano una scala reale di cuori, quando invece si ha picche per tutti. Ecco, Le confessioni rimane in questo limbo, del “vedo!” ma in realtà non vede proprio niente. E a dirla tutta ci riesce anche abbastanza bene, per lungo tempo, per poi scivolare sul finale.

Tirando un colpo al cerchio (Le confessioni di Sant’Agostino, scomodando noti aforismi quali “Il tempo è solo una dimensione dell’anima” oppure “La confessione è il grido dell’anima”) e uno alla botte (le confessioni di Geremia), il film di Andò ci lascia interdetti ma non scioccati, dubbiosi ma non in meditazione. Ci lascia un po’ senza risposta e senza salvezza, se vogliamo. “Come una gabbia piena di uccelli, così le loro case sono piene di inganni; perciò diventano grandi e ricchi. Sono grassi e pingui, oltrepassano i limiti del male; non difendono la causa, non si curano della causa dell’orfano, non difendono i diritti dei poveri. Non dovrei forse punirli? Di una nazione come questa non dovrei vendicarmi?”. Queste le parole di Geremia, appunto, pronunciate da Padre Salus (Toni Servillo) nel bel monologo finale. Parole che però rimangono (volontariamente?) senza risposta, al vento, per poi svanire nel nulla o in volo come un uccello raro.

In tutto questo, Le confessioni confessa due tratti evidenti, uno contro e uno a favore di Andò. Il primo, contro Andò, sono i troppi riferimenti, più o meno stilistici, a cui si richiama: passaggi che ricordano La giovinezza di Sorrentino (e non solo per l’ambientazione del resort o alcuni lenti e ortogonali movimenti di macchina), Habemus Papam di Moretti (nella segregazione forzata da un segreto inconfessabile al mondo), l’imprescindibile Todo Modo di Elio Petri (come dimostra, in primis, la sequenza iniziale d’arrivo alla casa del potere e del peccato), e soprattutto il finale che ricalca fedelmente (a mo’ di mezzo omaggio) quello di Buongiorno, notte di Bellocchio. Che non a caso si chiudeva sull’apologo, con Aldo Moro (Roberto Herlitzka) vivo e libero che si allontana su un vialetto scortato dalle note dell’Allegro Movimento n. 3 di Schubert proprio come Servillo, monaco con la valigia, se ne va come un buon francescano dopo aver ammansito un cane (e non un lupo).
Il secondo, a favore di Andò, è proprio questa predisposizione per l’apologo, per la favola allegorica, per l’affermazione dell’immaginazione sulla realtà. Già il ben più riuscito Viva la libertà si reggeva solido su questa base. Che sembra essere un tratto distintivo, insieme alla passione per temi politici, del regista. Ma se nel film del 2013 il trono vuoto si riempiva, stavolta il confessionale rimane deserto.

Un commento

  • Concordo, anche se nel giudizio io sono forse più negativo. Forse perché ho colto meno la dimensione metafisica, visto che appunto non sono credente. Mi ha anche dato alquanto fastidio la dimensione di onnipotenza e di santità ad un certo punto accordata troppo a Toni Servillo (che recita sempre sé stesso). Comunque buona la compagnia! 😉

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