Le cose belle: Napule è ‘na carta sporca e nisciuno se ne importa

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Le cose belle“Tante cose belle” o “tante care cose” si augura in genere congedandoci da un caro amico o conoscente che non vediamo da tempo, magari dopo averlo incontrato per strada. Ma è lo stesso augurio che facciamo a due sposi novelli o ad un giovane che parte per un lungo viaggio, anche fosse “solo” quello della vita. Sono queste le cose belle del titolo del film diretto da Agostino Ferrente e Giovanni Piperno, quelle cose belle che però non vediamo sul grande schermo, che certamente sono state augurate ai quattro protagonisti (Silvana, Adele, Enzo e Fabio) sin da piccoli, ma che ancora, al tempo d’oggi, non hanno visto in una Napoli sempre più trascurata e randagia. Le cose belle rimangono fuoricampo, così come rimangono altrove per questi quattro napoletani che seguiamo in lungo e in largo per la città partenopea. Loro le cose belle non le hanno mai conosciute, non sanno riconoscerle e non sanno neppure immaginarle. Loro sono la fotografia di un angolo di società nella quale la realtà ha schiacciato il futuro prima del tempo, sin dall’infanzia, quando si sogna che da grande si farà l’astronauta, il pompiere, la velina o il calciatore.

In un certo senso, ovvero quello del racconto e non quello della produzione, Le cose belle è un film lungo 14 anni. Era il 1999 quando l’accoppiata Ferrente-Piperno gira per Rai 3 il documentario Intervista a mia madre, mettendo davanti alla macchina da presa quattro scugnizzi, che nel film ritroviamo adulti e “inguaiati” nella e dalla vita. Quattordici anni dopo i due documentaristi tornano sul campo, in strada, nei vicoli e nelle case di questi uomini e donne dimenticati dal mondo, che arrancano ogni santo giorno per (soprav)vivere. Lo sguardo non è di denuncia né pietoso o impietosito. Ferrente e Piperno lasciano intatta la dignità delle persone (e non personaggi) con cui si confrontano. C’è rispetto, empatia, bontà d’animo ma nulla è ingigantito né ridimensionato. Le cose belle mostra la realtà, nuda e cruda, di una Napoli che pare un microcosmo staccato dall’Italia, una terra di tutti e di nessuno di cui non curarsi. L’occhio della macchina da presa riesce laddove la televisione spesso non arriva, sospinta continuamente dalla smania dello scoop e del sensazionalismo. Le cose belle è bello proprio perché vergine dell’incedere melodrammatico a cui la Tv ci ha ormai assuefatto.

Insomma, Le cose belle è un film minuscolo, una perla che nel suo piccolo cuore racchiude un grande e lucente valore: riesce a fare il punto sulla Napoli di oggi, sulle sue ingessate e inespresse ambizioni, sul suo futuro solamente sognato, sulle difficoltà di chi la ama e vorrebbe venirne fuori. Dalla vita in quel di Napoli, ma non dalla propria città natale.

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