L’uomo che verrà: i bambini ci guardano

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L'uomo che verràMartina ha 8 anni, due gambe esili da pinocchietto e due grandi occhi spalancati sul mondo tra sogno e malinconia. Il suo sguardo tutto coglie e niente tralascia. Giorgio Diritti pone la macchina da presa ad “altezza bambino” e attraverso questa prospettiva pura e privilegiata ci conduce su e giù tra i boschi e i viottoli, i covoni di paglia e i vigneti di una lontana comunità contadina.

L’uomo che verrà è il suo Albero degli zoccoli. Da Olmi ha imparato quella meticolosità da trattato antropologico capace di rendere sul grande schermo il respiro di un microcosmo governato da ora et labora, sacro e meraviglioso, dove si percepisce forte il profumo del muschio e l’odore delle foglie. Ma l’allievo si spinge oltre e supera il maestro.

Dopo aver indagato i temi dell’integrazione e della diffidenza nelle bucoliche de Il vento fa il suo giro, dove un pastore incontra la Civiltà sui pendii piemontesi, torna sui monti (quelli bolognesi stavolta) per raccontarci lo scontro tra Storia e storia, come la Guerra cambia e infrange il modus vivendi, i ritmi e i ruoli (non solo familiari) di un piccolo mondo antico. Così come il vento, anche la Storia fa il suo giro e porta via con sé l’eccidio di Monte Sole, meglio noto col nome di Marzabotto. E’ una strage degli innocenti: 800 morti, tra cui più di 200 bambini. Il personaggio di Martina vuole proprio ricordare ciascuno di essi.

Siamo di fronte ad un rigoroso saggio di tecnica e contenuto, che ridisegna con poesia e saggezza registica i confini e i lineamenti del cinema d’impegno civile e del genere di guerra. Il montaggio pacato e carico di silenzi spazia da campi lunghi e lunghissimi a primi piani e dettagli con estrema fluidità. L’emozione affonda nel cuore dello spettatore come gli stivali dei partigiani nella neve fresca. I pittoreschi effetti speciali e l’azione propri dei kolossal bellici americani rimangono fuoricampo, così come il sangue delle umili vittime. La mitragliatrice spara in faccia alla macchina da presa, che riprende solo le smorfie di dolore di volti scarni e vissuti, la cui dignità si preserva immacolata, come la Vergine devotamente pregata dalla madre di Martina.

Vita e Morte, Bene e Male si incontrano in questo angolo degli Appennini rifuggendo tesi ideologiche o manichee. Diritti si limita a descrivere e raccontare, non giudica né i partigiani né i tedeschi, proprio come i contadini vedono la Guerra bussare alla loro porta ma non ne capiscono il motivo (Ecco una cosa che ho capito, che molti vogliono ammazzare qualcun’altro, ma non capisco perché dice Martina).

Paura, smarrimento, coraggio, tensione, imbarazzo, amore. L’intera varietà dei sentimenti scorre silenziosa ed manifesta negli occhi dei protagonisti, sostenuta da una trascinante colonna sonora di canti religiosi e ninne nanne, e dalla spigolosa dolcezza del dialetto stretto bolognese, chiaro riverbero del cinema neorealista. L’uomo che verrà è un film corale, di sguardi parlanti che tessono la tela di una collettività semplice che consuma la sua laica Passione. Un’opera intensa e necessaria, aspra e forte da lasciare senza parole. Come la piccola Martina.

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