Mammuth: Depardieu va in pensione

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mammuthIl dramma della pensione. Ebbene sì, quel momento tanto desiderato per anni può inaspettatamente trasformarsi in un incubo. O almeno così è in Mammuth per Serge, il quale, dopo aver lavorato tutta la vita, senza mai un giorno d’assenza, si ritrova nullafacente e con la briga di dover attraversare in lungo e in largo la regione per ritrovare i documenti di alcuni contributi pensionistici latitanti. Sarà l’occasione che gli riempirà le giornate e lo condurrà a riscoprire la propria giovinezza, oltre a comprendere che, causa un lavoro vissuto in modo totalizzante, non ha mai vissuto veramente…

La vita e il lavoro. Due entità distinte e allo stesso tempo in simbiosi. In Mammuth Serge (Gérard Depardieu), capelloni lunghi da invecchiato figlio dei fiori, scopre la vita a sessant’anni. In precedenza c’è stato solo il lavoro. Non sa fare la spesa, non sa fare niente, non sa vivere. Nessuno gliene fa una colpa, semplicemente così è. Ma in sella alla sua scassata e fida motocicletta percorre le strade dell’anima e della vita che fino ad allora non aveva mai attraversato.

L’accoppiata Benoît Delépine-Gustave de Kervern fa ancora centro con un nuovo film ambientato nel mondo del lavoro (nel precedente Louise Michel un gruppo di operaie assoldava un killer per uccidere il padrone dello stabilimento tessile in cui lavorano). Nonostante il tono spiritual-educativo che sembra trapelare dalla trama, Mammuth (2010) sposa lo stesso tono bizzarro del film del 2008. Serge, sua moglie Catherine (Yolande Moreau) e tutti gli strani personaggi che incontrano vivono in modo alienato, scollegato dal mondo, come in una bolla di non-sense. La risata è assicurata, certe trovate sono così assurde da risultare spassose, ma alla fine di ognuna di esse proviamo una certa tenerezza, quasi melanconia, per Serge.

Mammuth, semplicemente geniale e meraviglioso, è un film per chi ha voglia di vedere qualcosa fuori dal coro e che sa veramente stupire.

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