Man Down di Dito Montiel: la recensione

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Ha sorpreso la standing ovation che ha accolto Man Down alla proiezione ufficiale nella sezione Orizzonti di Venezia 72, “tutti in piedi” che ha portato alle lacrime il protagonista Shia LaBeouf alla sua seconda collaborazione con il regista Dito Montiel dopo Guida per riconoscere i tuoi santi.

man-downHa sorpreso, perché, dopotutto, Man Down è un film superficiale, male assemblato e fondamentalmente barboso.

Eppure sulla carta aveva un buon potenziale, purtroppo non sfruttato a dovere. Scene di combattimento esigue, fotografia dimessa, atmosfera banale fanno subito capire che si tratta di un film a basso budget. Ma ciò non giustifica il piattume su cui si articola la storia dell’ex-marine Gabriel Drummer, vittima di un grave stress post traumatico dopo una campagna in Afganistan.

Montiel si serve di tre filoni narrativi: un futuro post-guerra apocalittico non precisato; un recente passato dove il protagonista si racconta al sempre bravo, ma qui del tutto inutile, Gary Oldman nella parte del Capitan Peyton che con pochi sguardi schiaccia lo smarrito LaBeouf;  il racconto in sé della missione afgana. Il tutto mescolato con una sovrapposizione di flashback senza ordine e struttura, con dialoghi ridondanti che rendono ancora più ardua la concentrazione dello spettatore che molto presto, inevitabilmente, perde attenzione e interesse, e precipita nella narcolessia.

Man Down recupera un po’ nel finale quando, con un effetto sorpresa buono solo nelle intenzioni, interviene un quarto filone ambientato nel presente che dovrebbe dipanare la matassa con esito chiarificatore. Lo fa però in maniera molto ruffiana nell’uso della commozione e soprattutto in modo molto, anzi troppo prevedibile.

La cosa che più infastidisce è che in questa straripante ansia narrativa si perde il punto chiave di Man Down: l’aspetto psicologico, la contrapposizione tra guerra reale, guerra domestica e guerra autodistruttiva.

scritto da Vanessa Forte.

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