Manglehorn: l’amore perduto di Al Pacino

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ManglehornIl ricordo di un amore è spesso un fantasma da cui non riusciamo a liberarci. E’ quanto capita a Manglehorn (Al Pacino) nell’omonimo film portato a Venezia 71 da David Gordon Green.

La vita e il cuore del protagonista si sono fermati negli occhi di Clara, donna amata e perduta, ora rimorso eterno per un settantenne duplicatore di chiavi. Al Pacino è perfetto nel ruolo, e, dietro quei lunghi capelli bisunti e quegli occhialetti portati a metà naso, come solo un grande attore sa fare, dota il suo personaggio di una nostalgia densa di poesia.

Ciò che più colpisce è la sua voce sofferta e sofferente, una voce che sin dalla lettura della prima lettera d’amore ci incanta e conduce in un altro mondo. Al resto ci pensa David Gordon Green, che non si fa da parte lasciando campo libero al grande attore. Ci mette molto del suo, con una regia che crea empatia ed emozione nello spettatore, folta di sovrimpressioni e dissolvenze, passaggi da videoclip e altri di forte introspezione. Anche lui, così come nel finale il protagonista Manglehorn, trova la propria chiave (di volta). Il finale, appunto. Un finale lirico, momento in cui si realizza l’impossibile, degna conclusione di questa favola moderna.

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