Mariti e mogli: zoppicante passo a due per il duo Guerritore-Reggiani

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Mariti e mogli a teatroBalla che ti passa. Il mal d’amore.
A 25 anni dal celebre e (forse tra i più riusciti) film del Woody Allen più cerebrale e filosofico su Cupido e altri disastri, Monica Guerritore prende Mariti e mogli e lo ambienta in una sala da ballo, di un cupo affumicato, ristorata qua e là da una lucetta al neon o da un lume acceso in qualche angolo del palco. Una sala da ballo che richiama ad una cantina, quindi all’inconscio, ma anche ad un luogo della mente, dove convogliano, tramite singoli elementi, più luoghi reali: una porta girevole per un hotel, una poltrona per un salotto, un banchetto da bar per un pub e degli specchi (da sala prove) dove guardarsi in faccia, domandandosi chi si è, ma soprattutto chi si è sposato.

Del passaggio di quest’opera dall’ on screen all’ on stage, Monica Guerritore è sì prim’attrice (ne conserva un fascino che pare non scalfito dal tempo), ma cura anche adattamento e regia, cedendo così, a ben vedere, il ruolo di protagonista alla collega e amica Francesca Reggiani, attrice comica nota al grande pubblico per i suoi toni carichi e caricaturali. I quali, in questo Mariti e mogli da palcoscenico, sono messi totalmente a tacere a favore di una performance bifronte, che sa ora mettere i puntini sulle “i” dove ci vogliono e ora eclissarsi nella naturalezza più comune. Una prova, quella della Reggiani, che spicca sulle altre, anche perché, volente e nolente, si erge a Woody Allen della situazione, a più riprese narratore interno dei sentimenti propri e altrui.
I dialoghi tra personaggi e “analista invisibile” del film del ‘92 si riducono e trasformano in simpatici e riusciti monologhi che si isolano per attimi dal tran tran della scena, la quale più volte si appisola su silenzi e immobilismi alla Cechov, non sempre compensati dal verboso ribollire di temi, sfoghi e parole che pescano ad ampie manciate in Bergman e Strindberg, come lo stesso Allen ha fatto per anni. Purtroppo la Guerritore ha qualche zoppicamento alla regia, nei passaggi da una sequenza all’altra, pagando sulla propria pelle (e questo però le fa anche onore!) la difficoltà di rendere Woody Allen a teatro. Cerca rifugio nei passi di danza, ora sfrenati ora lenti, ora calienti ora rilassa(n)ti, trasportata dalle magiche musiche di Louis Armstrong e Etta James che tentano di lenire i difetti dei personaggi e della messinscena.

Nel complesso un buon lavoro corale degli interpreti, affiatati anche se a tratti slegati. Merita i maggiori applausi Ferdinando Maddaloni, che schiaccia il “concorrente” Cristian Giammarini, il quale non riesce a sfuggire al confronto con Woody Allen in portamento e gestualità.
Insomma, Mariti e mogli del duo Guerritore/Reggiani funziona a corrente alternata, come un vecchio giradischi che balbetta, proprio come da sempre è per Allen, come a chi vorrebbe dire tante cose, ma non riesce ad esprimerle.

[visto al Teatro della Pergola di Firenze]

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