Melbourne: giallo domestico all’iraniana

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Pur con qualche incertezza di sceneggiatura, Melbourne è un esperimento riuscito, apprezzabile tentativo del cinema iraniano d’addentrarsi nella “politica” dei generi.

MelbourneFilm d’apertura della Settimana della Critica di Venezia 71, Melbourne, buon esordio di Nima Javidi (classe 1980), è un nuovo tassello di quel cinema iraniano che ha trovato la sua strada in ambientazioni domestiche, kammerspiel  tesi con protagoniste coppie e famiglie, drammi in interno che si affacciano sul mondo circostante solo per brevi istanti, per poi ri(n)chiudersi nuovamente in luoghi asfittici come l’abitacolo di un’auto. Atmosfere, ambientazioni e interpreti sono quelli di Asghar Farhadi, che con Una separazione si è imposto come punto di riferimento per tutto il cinema nazionale. Nima Javidi ha assimilato la lezione e non si discosta dalla via tracciata, ma cerca di distinguersi realizzando una sorta di piccolo giallo da pianerottolo dove è la responsabilità dei personaggi a non trovare casa.

Anche qui si consuma una separazione, ma non tra marito e moglie, bensì dalla propria città natale. Amir e Sara sono una giovane coppia in procinto di partire per Melbourne, Australia, verso una nuova vita almeno per tre anni. E’ quasi tutto pronto, le valigie sono fatte, i mobili venduti, gli amici salutati. Ma gli casca tra capo e collo la neonata di un vicino, “abbandonata” da una babysitter forse negligente, forse premurosa. Improvvisamente Amir e Sara si accorgono che la bimba non respira più, è morta. Perché è morta? Come è morta? Di chi è la colpa? Intrappolati in quelle quattro mura, tra amici, parenti e sconosciuti che vanno e vengono continuamente, con un segreto inconfessabile in camera da letto, la giovane coppia medita il giusto modo per salvarsi da una situazione inaspettata e non voluta. O quantomeno pensa a come lavarsene (dis)onestamente le mani…

C’è più luce, c’è più intreccio, c’è più suspense in Nima Javidi che in Asghar Farhadi. C’è più movimento nella e della macchina da presa, e meno parole. Ma c’è anche meno profondità nell’analisi dei personaggi. Melbourne ci inquieta, un po’ anche ci scuote, ma non riesce a raggiungere quella vena esistenzialistica palpabile sin dalle prime sequenze nei film di Farhadi. Con quest’ultimo condivide anche il finale amarissimo, senza speranza, senza redenzione. Come palesa la suggestiva sequenza sui titoli di coda con distese di vestiti da mettere sottovuoto, Javidi cerca di toglierci l’aria, di non farci respirare. Per larga parte ci riesce, ma inciampa nello studio psicologico dei suoi personaggi, il quale rimane abbozzato, in superficie. Con Farhadi condivide anche il tema dell’incomunicabilità. Non a caso Javidi nei dialoghi tra i due protagonisti evita il campo-controcampo, ce li presenta sempre o da soli o uno di fronte all’altra nella stessa inquadratura, come a dirci che stanno parlando ma non comunicando.

Pur con queste incertezze di sceneggiatura, Melbourne è comunque un esperimento riuscito, apprezzabile tentativo del cinema iraniano d’addentrarsi nella “politica” dei generi, cercando di creare qualcosa che è più cinema e meno realtà.

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