Le meraviglie: Alice Rohrwacher e il mito della caverna

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le meraviglie“Vuoi costruire un muro intorno a lei?” domanda Cocò a Wolfgang riguardo la primogenita Gelsomina, piccola donna costretta a vivere e patire il proprio mito della caverna. Il padre l’ha confinata in un mondo piccolo, rustico, rurale, che vive nella luce accecante della natura e nel buio pesto della civiltà. Gelsomina e le sue sorelle vedono davanti a sé solo ombre, proprie e della civiltà, non possono vedere altro. Sono legate ad un mondo georgico, virgiliano, forzate a vivere una vita allo stato brado, dove l’unico imperativo è produrre miele.

Alice Rohrwacher, alla sua opera seconda dopo il pregevole Corpo celeste (2011), si conferma come una delle più giovani promesse del cinema italiano. Se Corpo celeste, toccando il delicato tema di una religiosità bigotta, arrivava allo spettatore con una forza più dirompente e come un’opera più compatta, Le meraviglie ci inonda con minore decisione causa la scelta di un tema lontanissimo da noi, ma manifesta l’indole di una regista in crescita, già dotata di una propria poetica e autorialità. Un film più difficile del precedente, più stratificato, con un finale sospeso tra fuga e realtà che lascia interdetti e stupiti.

Le meraviglie ci conduce in un microcosmo che un po’ ricorda quello di Respiro di Crialese, ma più polveroso, rugginoso e arrugginito, che tra ciottoli e pozzanghere è tutto imperniato su un lavoro dimenticato, semplice e certosino, quello di fare il miele, che sigla con forza l’originario e simbiotico rapporto uomo-natura. Ma la civiltà vi apre pian piano piccole brecce, con una televisione da tenere sempre spenta e una radio che trasmette una canzone che ha fatto epoca e che per Gelsomina e Marinella è simbolo e speranza di libertà: T’appartengo di Ambra Angiolini. L’appartenenza, appunto. A quel mondo rurale, ma anche, in futuro, al mondo civilizzato. Una canzone che nasconde in sé tutto il desiderio di riscatto di chi non vuole soccombere, ma fuggire, rinascere. E il muro della caverna inizia a sgretolarsi sotto due distinte incisive picconate: l’arrivo di Martin e quello di una troupe televisiva per un ridicolo programma, “Il paese delle meraviglie”, che glorifica le tradizioni locali. Martin, piccolo criminale in rieducazione sociale, porta nella famiglia quella componente maschile prima scorta solo nella figura paterna. E nasconde in sé un piccolo talento: sa fischiare. Un fischio che, sul finale, è simbolo di un’evasione che farà (forse) sparire cammelli e uomini. Monica Bellucci, nei panni della candida e mitologica presentatrice-fatina Milly Catena, Venere etrusca dal copricapo posticcio, è il sorriso della civiltà, è colei che, in antitesi al suo nome d’arte, spezza le catene che tengono legata Gelsomina a guardare e riguardare solo la sua ombra e quella di una realtà che le va stretta.

Le meraviglie è quindi un film intimista, mito-antropologico, che convince in differita, narrando la fiaba di una realtà arcaica che conosce la Storia, si smarrisce e poi abbaglia come quel flebile raggio di luce al quale Marinella e Gelsomina bevono come pecorelle assetate di luce, vita, una nuova vita.

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