Neruda di Pablo Larrain: caccia al Pablo

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neruda pablo larrainPablo Larrain continua ad indagare il suo Cile. Se con i precedenti Tony Manero (2008), Post Mortem (2010), No – I giorni dell’arcobaleno (2012) e Il club (2015) affrontava e ripercorreva i nodi della sua terra natia in modo potremmo dire “indiretto”, passando tramite la mediazione di un personaggio (più) comune (in Post Mortem la personalità di Allende è solo marginale), con Neruda sceglie di guardare dritto negli occhi uno dei personaggi cileni più noti, amati e discussi di sempre. Aprendo così la strada al film che ha poi portato a Venezia 73, Jackie, un altro nome, un altro film su un singolo personaggio, stavolta “emigrando” negli Stati Uniti. C’è quindi un piano, una coerenza, un filo ben teso lungo l’attuale filmografia del regista cileno, che ben poco (con)cede alle richieste delle produzioni, rimanendo il più possibile fedele alla sua personalissima linea di cinema autoriale.

Presentato con successo all’ultimo Festival di Cannes, Neruda non è un semplice biopic. Larrain non si rimette a narrare semplicemente la fuga del poeta dal Cile alla Francia, non si accontenta minimamente di questo. Larrain si fa “narratore”, strutturando il suo film su più piani come fosse un romanzo poliziesco o d’avventura, dove la realtà dei fatti storici si veste da novel, con un protagonista e un personaggio secondario, il vate e il poliziotto, la “guardia” e il “ladro”, con annessi tutti quei personaggi di contorno che non fanno solo volume. E i piani s’intrecciano così profondamente nella lunga e bellissima sequenza finale tanto che la fuga di Pablo Neruda appare più mitica che reale, più inventata che accaduta davvero. Con toni ironici, canzonatori, a tratti comici, la folle “evasione” di Neruda ha ben poco di tragico e doloroso. Tanto che la suspense cede il posto alla beffa, per poi ricongiungere gli opposti in un epilogo di grande poesia e grande respiro, un epilogo che c’interroga sulle “etichette” di protagonista e co-protagonista che da sempre affiggiamo al concetto di character. E allora ci chiediamo: chi è chi nel film? È davvero l’ispettore Oscar Peluchonneau a dare la sua versione dei fatti e della storia oppure, come un fantasma onnipresente, è Neruda che intorno al poliziotto ha architettato tutto il racconto?

Larrain si dimostra in questo vero autore, in bilico tra il reale e l’onirico, a proprio agio nel giocare coi tempi (ipnotici i dialoghi spezzettati – ma contigui – in luoghi diversi), cosciente di come ciò che ci sta raccontando sia cinema, profondamente cinema come dimostrano le ricorrenti riprese controsole.

Insomma, Neruda di Pablo Larrain, pur non essendo un film facile e con qualche lentezza nella fase centrale, è un film importante, soprattutto per la stratificazione che il regista cileno attua sul racconto cinematografico. Lungo il quale, di sponda o di rovescio, la caccia al Pablo (e non al ladro stavolta!) si biforca proprio tra Neruda e Larrain, come un’entità allo stesso tempo unica e scissa.

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