Noah: kolossal biblico ai confini del fantasy

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NoahAl mio segnale scatenate il diluvio! Sarebbe piaciuto all’indimenticabile e indimenticato Massimo Decimo Meridio riproporre, leggermente parafrasata, la sua battuta più nota in Noah di Darren Aronofsky, in cui l’ex gladiatore Russell Crowe interpreta il servo di Dio che traghettò tutte le specie viventi verso un “nuovo mondo”.

Il regista de Il cigno nero ci propone un film biblico assolutamente fuori dal coro, che, se visto con mente aperta e occhio vergine da preconcetti, ha svariati punti d’interesse. L’Antico Testamento dedica pochi versetti all’impresa compiuta dal nipote di Matusalemme, e questo fa sì che Aronofsky possa ampiamente godere del beneficio dell’invenzione. Dietro il testo scritto della Genesi, quale poteva essere la matericità del mondo reale? La visionarietà di Aronofsky si concretizza in un mondo dalle marcate fattezze fantasy, che toccano l’apice nei Vigilanti, descritti nella Bibbia semplicemente come angeli luminosi caduti dal cielo e diventati “giganti”. Con una soluzione che fa sorridere, il regista di The Wrestler li immagina come un mix delle pietrose creature de La storia infinita e gli alberi semoventi de Il Signore degli Anelli e li dota di una voce da Transformers.

Le divagazioni sono molteplici, dalla famigliola di Noah al cattivo infiltrato nell’arca. Possono far storcere il naso, è vero. Ma Aronofsky non storpia le Sacre Scritture, semplicemente inventa dove può inventare, colmando i vuoti lasciati dall’asciuttezza dei pochi passaggi della Genesi. Si possono quindi avanzare dubbi sull’aspetto “filologico” di questa versione di Noè, ma non sul suo valore intrinsecamente artistico.

I tratti distintivi del regista newyorkese sono evidenti. Su tutti ritroviamo in Noah il tormento psicologico che attanagliava Nina (Natalie Portman) de Il cigno nero. Riguardo gli effetti speciali c’è ben poco da dire: semplicemente sbalorditivi. Grandi applausi nei secoli dei secoli alla serratissima ricostruzione dei sette giorni della Creazione, che hanno qualcosa di The Tree of Life di Malick ma in versione allucinata.

In quest’inondazione di licenze artistiche, il volto di Russell Crowe colma alcune debolezze e lentezze. Possente e imperturbabile, folle e fedele, all’età di cinquant’anni il gladiatore conserva un’immutata potenza espressiva. Se per Dio l’arca fu il mezzo per portare in salvo il mondo, Russell Crowe è l’arca che tiene a galla Darren Aronofsky.

Insomma, Noah è un kolossal diverso dai  precedenti, una sfida lanciata allo spettatore, non immune dal rischio di non piacere a molti. Aronofsky, con la testardaggine e la fede del suo Noah, va avanti con audacia per consegnarci un’opera che sarà imprescindibile termine di paragone per i futuri film a sfondo biblico.

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