L’ Otello Furioso di Luigi Lo Cascio

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È un Otello “altro” quello scritto e diretto da Luigi Lo Cascio. Un Otello di pelle bianca, siculo, arso dalla follia più che dalla gelosia.

otelloÈ un opera “altra”, fatta di altre opere, trasversale, capace di passare e amalgamare dalla pazzia dell’Orlando ariostesco allo sguardo stupito verso il firmamento dei burattini pasoliniani di Che cosa sono le nuvole?. Se il Bardo aveva più di una dozzina di personaggi, Lo Cascio li riduce ai tre principali (Otello, Iago e Desdemona, rispettivamente Vincenzo Pirrotta, Luigi Lo Cascio e Valentina Cenni), aggiungendovi un quarto di sua creazione, un narratore (Giovanni Calcagno), che in pieno stile elisabettiano è imbonitore della storia, ma anche coro greco e coscienza critica.

Luigi Lo Cascio quindi non solo riadatta Shakespeare, ma lo riscrive letteralmente, trasportandolo in lingua siciliana. La Sicilia, terra di passioni viscerali, focose, carnali, è l’humus in cui si consuma e brucia l’insinuazione del subdolo Iago che conduce Otello al delirio più (dis)umano. Una lingua siciliana ora stretta ora più dolce, che, affiancata ad alcuni passaggi in italiano (parlato da Desdemona), incarna nei suoi toni più acuti e teatrali il tormento di un uomo e la maligna macchineria di un in-fido consigliere. Lo Cascio mette in bocca al personaggio del narratore l’interrogativo che muove il suo Otello: come può l’amore più puro e sublime trasformarsi nell’odio più cieco e furioso? Il suo Otello è un’indagine sul conflitto maschio/femmina, dove il diverso non è più Otello in quanto straniero o moro, ma Desdemona in quanto donna.

Partendo quasi dalla fine, e poi saltando in un profondo flashback che ne germina altri, Lo Cascio altera molto il tempo del discorso. Addirittura vi inserisce una confessione di Iago che ci catapulta nella sua infanzia, alla scoperta dell’origine della sua misoginia di matrice quasi edipica.

Su una scena cupa e scarnificata, pochi gli elementi: una sedia calata dall’alto con delle funi, dei telari su cui proiettare immagini, qualche piano inclinato su cui salire e scendere. Insomma, con fare quasi brechtiano, l’essenziale. Un essenziale dal quale sgorga fuori tutta la forza e l’originalità di una delle riscritture di classici più riuscita degli ultimi anni.

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