Premi Oscar 2018: copione scritto rispettato e 5 verità inconfutabili (o quasi)

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premi oscar 2018A differenza dell’anno scorso, non ci sono state buste scambiate, superfavoriti traditi sul rush finale, particolare interesse intorno alla decaduta bagarre tra #OscarSoWhite e #OscarSoBlack. Quest’anno tutto (o quasi) è filato liscio. Così liscio da sfiorare il noioso. Come la “bella copia” di quanto successo solo un anno fa. Sempre Jimmy Kimmel alla conduzione (un po’ fiacca) della serata, sempre Warren Beatty a chiudere (un po’ meno goffamente) le danze, ecc. Insomma, i Premi Oscar 2018, dopo un paio d’anni (involontariamente) scoppiettanti, sono tornati nei ranghi che s’addicono alla cerimonia più tronfia d’America e del Cinema.

Allo stesso tempo, però, la cerimonia dei Premi Oscar 2018 (la 90esima edizione eh!) chiude un’annata di cinema importante, di pesi massimi in molte delle cinquine delle nomination. Il Cinema l’ha fatta da padrone stavolta e ha tuonato 5 verità inconfutabili. Vediamo quali:

1 – La bravura di Gary Oldman non è più in discussione. Alla matura età di sessant’anni strappa quel premio che si merita da molto tempo (anche se le nomination per lui non sono mai abbondate). C’è voluto quel talento di Joe Wright ad esaltarne ogni muscolo facciale e vocale dietro una maschera, quella di Churchill ne L’ora più buia (ri-leggi la recensione), che avrebbe messo in difficoltà chiunque.

2 – La consacrazione definitiva di Guillermo del Toro. The Shape of Water è stata la sua perla e la sua gallina dalle uova d’oro. Leone d’Oro al Festival di Venezia 2017, due Golden Globes (Miglior regia e Migliore colonna sonora originale ad Alexandre Desplat) e ora quattro Premi Oscar. Sarà inoltre il prossimo presidente di Giuria del Concorso della 75esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (che si svolgerà dal 29 agosto all’8 settembre 2018). Del Toro Superstar.

3 – Del Toro e Festival di Venezia, dicevamo. E forse viene da qui la notizia più lampante di quest’edizione degli Oscar: per il quinto anno consecutivo il Festival di Venezia, diretto da Alberto Barbera, apre la strada ai film che poi vincono gli Oscar: Gravity, Birdman, Il caso Spotlight, La La Land e ora The Shape of Water, che per la prima volta lega insieme Leone d’oro e Oscar al Miglior Film. Sintomo innanzitutto di come il Festival di Venezia, a lungo bistrattato, sia tornato ad essere il tetto delle kermesse, alla faccia di un Festival di Cannes sempre più criticato (ricordate le pesanti parole di Variety lo scorso maggio?), imbolsito, monocorde. Ma soprattutto pare segnare la fine di un’era, di quando, non molti anni fa, si diceva “ah beh, è un film fatto per vincere l’oscar”. Un po’ come dire “è una canzone sanremese” per il nostrano Festival di Sanremo. Beh, La forma dell’acqua (ri-leggi la recensione) sfata un po’ questo mito, anzi in realtà riesce ad allineare cinema commerciale e cinema d’autore, riuscendo in quella missione troppo spesso fallita: far collimare i gusti di critica e pubblico, cinefili e comuni spettatori. La forma dell’acqua segna quindi una tappa importante, un punto di non ritorno che potrebbe significare parecchio per il futuro del cinema. Traguardo, che, e questo va detto, può piacere o meno.

4 – Grazie a Dio, non c’è solo Meryl Streep da premiare. Frances McDormand le ha soffiato un premio che strameritava per la performance in Tre manifesti a Ebbing, Missouri. Peccato per Margot Robbie (I, Tonya), ma la ragazza è giovane, bella e brava, e ha tutto il tempo per rifarsi.

5 – A 8 anni dall’argentino Il segreto dei suoi occhi di Juan José Campanella, il Premio Oscar come miglior film straniero torna in Sudamerica. Un po’ a sorpresa, anche. Perché il russo Loveless era da molti dato per favorito. Invece Una donna fantastica di Sebastián Leilo ci ricorda come il cinema latino-americano sia tra i più interessanti in circolazione. Peccato, o per fortuna, che ci debbano essere le statuette dorate a ricordacelo…

Quanto al resto, se ne potrebbero dire tante: che un premio (un ex-aequo magari?) ci stava anche a Woody Harrelson; che il premio della regia doveva andare a Paul Thomas Anderson per l’indescrivibile poesia visiva composta ne Il filo nascosto; che la migliore sceneggiatura originale a Jordan Peele  per Scappa – Get Out è regalata e puzza di politica, quando lo script di Martin McDonagh di Tre manifesti a Ebbing, Missouri valeva, come già decretato dal Festival di Venezia, quello stesso premio; ecc.

Ma queste sono polemiche, e si fanno più per “ruzzare” che altro. Le certezze, pur poche, contano molto di più. E sono tracce su cui riflettere, da qui alla prossima notte degli Oscar. Almeno.

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