Quel fantastico peggior anno della mia vita: recensione

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Quel fantastico peggior anno della mia vita di Alfonso Gomez-Rejon è una chicca capace di raccontare uno dei drammi più profondi (la malattia terminale) con un tono da commedia scanzonata e ariosa che rinfresca il cinema e lo spettatore.

Quel-fantastico-peggior-anno-della-mia-vitaQuel fantastico peggior anno della mia vita ha vinto sia il premio del pubblico che il gran premio della giuria al Sundance Film Festival 2015. Due premi importanti, dunque. Due premi spesso diametralmente opposti, spesso assegnati a film di gusto nettamente diverso. Due premi che stavolta, invece, si sono incontrati in un film che ha messo d’accordo tutti, espertoni e pubblico comune. Come è potuto succedere? Tre i punti di forza: cinefilia, brillantezza, emozione.

E tre sono anche i protagonisti del film. Come ci ricorda il titolo originale: Me & Earl & the Dying Girl. Me è Greg, è lui che ci racconta tutta la storia, scegliendo cosa dirci e cosa no, come dircelo, quando dircelo, fino a plasmarci, proprio come fa il cinema. Earl è un suo caro amico d’infanzia, socio di disavventure e di remake di film famosi ri-girati in casa. The Dying Girl è Rachel, una loro compagna di liceo malata di leucemia. Tre entità costrette ad entrare in relazione per volere della madre di Greg. Il risultato sarà il raggiungimento di una maturità inaspettata…

Quel fantastico peggior anno della mia vita (brutto titolo italiano da vaga commediola sotto-natalizia che annienta il lato indie e curioso del titolo originale) è allo stesso tempo teen movie e romanzo di formazione. Dallo studio che ha prodotto Juno e Little Miss Sunshine, una nuova perla che non può non piacere soprattutto agli under 30. Un film che fa tesoro dei precedenti film sul tema delle malattie terminali, mischiando con le giuste dosi dramma e commedia, risate e lacrimucce, come già aveva fatto 50 e 50 di Jonathan Levine. Quel fantastico peggior anno della mia vita mischia la leggerezza di Noi siamo infinito con il melodramma lacrimoso di Colpa delle stelle, aggiungendoci un godurioso gusto cinefilo che ricorda quello di Be Kind Rewind di Michel Gondry.

Insomma, Quel fantastico peggior anno della mia vita è un film che gioca col cinema (e un po’ anche con lo spettatore), nonché con la macchina da presa con repentini movimenti sia sull’asse verticale che sull’asse orizzontale. Alfonso Gomez-Rejon sa cosa vuole ottenere e il risultato è un’opera colorata, briosa, che sa parlare del dolore e della malattia con la forza della vita e della speranza, quella speranza che il cinema cerca (fino all’ultimo) di far vincere sulla (più) triste realtà.

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