Rabbit Hole con Nicole Kidman: la recensione

Leggi e vota il post 1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (Vota per primo)
Loading...

Rabbit-HoleL’elaborazione del lutto connesso alla morte di un figlio è sempre una tematica spinosa da trattare. Si rischia sempre la deriva ad un estremo (freddezza, apatia, troppo self control) o all’altro (capelli strappati, pathos mucciniano, lacrime a gogo). Rabbit hole di John Cameron Mitchell ha il pregio di stare in equilibrio su quest’asse, coinvolgendo lo spettatore nel dolore della coppia di turno, ma senza calcare la mano, senza porre un macigno sul nostro animo.

C’è rispetto, analisi, partecipe discrezione, e non solo un “sentite condoglianze” e vesti stracciate. La pacata fluidità nei movimenti della mdp non enfatizza il dramma. Tende piuttosto a sottolineare come tutto rimanga fermo, insensato, semi-morto in seguito alla scomparsa di un figlio (in questo caso di soli 4 anni). “Niente è più piacevole” esclama durante una lite Nicole Kidman. E questa stasi che avvolge “la vita ai tempi del lutto” si concretizza nella semplicità, ma non banalità, delle riprese. Anche i colori (lucidi, brillanti, lirici, campagnoli) contribuiscono in questo. Sono come illuminati da una luce celestiale, paradisiaca.

John Cameron Mitchell ha inoltre il merito di dare nuova linfa a due belloni hollywoodiani: Nicole Kidman ha la possibilità, senza trucco sul viso, di esprimersi a 360 gradi nei panni di una madre fiaccata dalle lacrime, in una performance paragonabile solo a quella ottenuta nel 1999 in “Eyes Wide Shut” di Kubrick; Aaron Eckhart mette da parte la sua faccia da schiaffi e dimostra di saper recitare oltre le solite particine facili in film fantasy e simili (“Paycheck“, “Il cavaliere oscuro“).

Infine, Rabbit hole riesce con efficacia ad evidenziare come ciascuno viva il dolore a modo suo: Rebecca, la madre, rifiuta la terapia di gruppo e scarica il suo malessere sulla madre e la sorella incinta; Howie, il padre, cerca di riabilitarsi interagendo con la vita, facendo sport, frequentando un microcosmo che parli sempre meno della sua creatura scomparsa. Ma la via d’uscita da questa tana del bianconiglio, da questo buco nero che tutto risucchia, sembra essere solo e soltanto nello human touch (come direbbe il mitico Bruce Springsteen), in due mani che s’incontrano per ricominciare a vivere.

Un commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *