Fahrenheit 11/9: l’american scream di Michael Moore

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Recensione di Fahrenheit 11/9 di Michael Moore.

fahrenheit 11/9 di michael mooreÈ un Michael Moore alquanto ispirato e combattivo quello di Fahrenheit 11/9, che, dopo aver trattato il tema delle elezioni presidenziali americane del 2016 nel precedente Michael Moore in TrumpLand, punta nuovamente il suo occhio cinematografico sulla presidenza di Donald Trump, la quale ebbe inizio il 9 novembre 2016, data a cui fa riferimento il titolo che richiama e “gioca” con l’ormai celebre Fahrenheit 9/11 del 2004.

Fahrenheit 11/9 è una bomba a grappolo sulla politica americana, un bombardamento senza preavviso che non risparmia niente e nessuno. Perché non è solo un film su Trump, ma anche un film su Trump. Dallo sfondo, infatti, passano presto in primo piano anche le responsabilità della compagine democratica, che in Hillary Clinton manifesta solo l’apice di un iceberg alla deriva.

In primo luogo da Fahrenheit 11/9 emerge l’immagine di un Trump razzista, misogino, sessista, dispotico, riluttante al dialogo, amico di amici discutibili. Moore disegna lunghe e paurose ombre sul suo rapporto con la figlia Ivanka, le prostitute che negli anni sono state a letto con lui, le sue “affinità elettive” con Putin, Erdogan e Kim Jong-un. Ma tutto questo, col passare dei minuti, è solo il lato meno inquietante. Fahrenheit 11/9 inizia a fare davvero paura quando si concentra sul governatore Snyder e il caso della città di Flint avvelenata col piombo nell’acqua potabile, i democratici che si auto-sabotarono nel West Virginia truccando le proprie primarie attribuendo la vittoria alla Clinton e non al legittimato Bernie Sanders, le azioni da “repubblicano” di Bill Clinton ma anche di Barack Obama, il “teatrino” di quest’ultimo in visita a Flint con quel bicchiere d’acqua richiesto e poi appena bevuto, le “colpe” del New York Times, acerrimo nemico di Trump, nel non aver saputo tastare a dovere il polso del Paese e aver sostenuto goffamente i democratici. E ancora, le stragi per mano di giovani armati (il massacro alla Marjory Stoneman Douglas High School) e le lotte di chi crede nonostante tutto nel futuro.

Fahrenheit 11/9 è quindi un documentario densissimo, che mette nell’angolo (e in alcuni casi anche al tappeto) lo Stato più grande del mondo, che insabbia le proprie responsabilità con conseguenze internazionali che suscitano vero terrore. Un film che non ha timore di osare, di sbilanciarsi, non tanto ricorrendo a paroloni o atti d’accusa verbali per bocca di Michael Moore, ma ricorrendo alla forza delle immagini, delle storie private narrate e di un montaggio che buca lo schermo e la nostra sensibilità quando mette in parallelo il “regime” di Trump col nazismo di Hitler, per non parlare dello schianto dell’aereo sulle Torri Gemelle l’11 settembre con l’incendio del Reichstag di Berlino il 27 febbraio 1933.

Insomma, Fahrenheit 11/9 è un grande film, mirabilmente capace nell’essere all’apparenza nichilista e nella sostanza pregno di speranza, che ci trafigge la coscienza per aprirci la mente e ricordarci che la democrazia è un sogno mai finito, da coltivare ogni giorno, da inseguire ancora a lungo.

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